BlackBox, sulla carta, è quello che ogni produttore di stock footage sogna: un servizio grazie al quale noi videomaker ci possiamo concentrare sulla creazione dei video, perché BlackBox si occupa della parte noiosa del lavoro:
Delega i primi due punti a una rete di freelancer iscritti alla sua piattaforma, mentre il terzo compito lo svolge in prima persona, distribuendo lo stock footage nei principali microstock, come, a dire il vero, fanno anche molti servizi concorrenti.
Anche per quanto riguarda il keywording, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, c’è l’alternativa, ovvero piattaforme basate sull’IA molto economiche e sufficientemente precise, che rendono BlackBox non più competitivo. Io uso PhotoKeyworder e ve la consiglio. Bisogna conoscere le basi della SEO per usarli, perché vi serve a capire quando propongono titoli e parole chiave sbagliati, cosa che ancora succede, ma sfruttandoli nel modo giusto potete risparmiare circa il 90% del tempo.
Nessun servizio, però, fa anche il montaggio e l’esportazione dello stock footage. E non è poco perché una larga fetta dei contributor odierni dei microstock sono fotografi che, una volta entrati nel business, decidono di passare dalle stock images allo stock footage, perché con quest’ultimo si guadagna di più. Usare un software di editing e scegliere gli spezzoni giusti per molti di loro è uno scoglio che BlackBox aiuta a superare.
E’ anche vero che, per chi sa muoversi su internet, non è difficile andare su Fiverr e trovare un freelancer che trasforma il girato grezzo in video da vendere su Shutterstock, ma Fiverr è una piattaforma dove si trovano migliaia di servizi di tutti i tipi, mentre BlackBox è dedicato allo stock footage, quindi per molti è più facile da usare.
BlackBox per la distribuzione non chiede un abbonamento, ma una percentuale del 15% sulle vendite nette, quindi non del prezzo di vendita del video, ma di quello che i microstock pagano al contributor dopo aver trattenuto la loro percentuale.
Il pagamento del montaggio e del keywording si fa tramite trattativa privata con i freelancer. Nelle FAQ e nei termini di servizio non è spiegato di che cifre si parla.
La mancanza di trasparenza è una delle cose fastidiose di BlackBox. Standomene nel punto privilegiato di chi dialoga con gli altri contributor, molti degli aspetti di come funziona mi sono stati riferiti da chi lo usa, ma è poco corretto chiedere la registrazione al servizio per spiegare agli utenti i meccanismi del servizio.
Rispondendo alla domanda che dà il titolo al paragrafo, mi ricollego a quello che dicevo sopra: la mancanza di trasparenza è già un ottimo motivo per evitare di caricare il mio stock footage su BlackBox, visto che lo stock footage è una risorsa di mia proprietà che genera reddito. Quindi un sito che non mi dà le giuste garanzie è da evitare. Tanto più perché BlackBox carica lo stock footage nei microstock su un account BlackBox, con tutti i rischi che ciò comporta.
Il secondo motivo, l’ho accennato, è perché esistono servizi che fanno una parte del lavoro di BlackBox, a mio avviso in modo più efficiente.
Su Stocksubmitter e Microstock.plus, per esempiuo, si carica il CSV con i titoli e le descrizioni del proprio stock footage, e le piattaforme lo distribuiscono a una trentina di agenzie, facendo pagare un abbonamento a chi usufruisce del servizio (non una percentuale sulle vendite come fa BlackBox).
Nel mondo della creazione dei titoli e delle keyword, con l’esplosione dell’IA, sono nate piattaforme di ottimo livello come PhotoKeyworder o PhotoTag.
I limiti delle alternative sono, per quanto riguarda la distribuzione, che al giorno d’oggi le agenzie che vendono si contano sulle dita di una mano: Getty, Shutterstock e Adobe Stock nelle stock images, con l’aggiunta di Pond5 nello stock footage. Quindi non è più fondamentale spedire a 30 e più agenzie che, per altro, per accettare contenuti richiedono una dose di burocrazia della quale si farebbe volentieri a meno.
Nel campo della descrizione dello stock footage, il limite di BlackBox è che i servizi concorrenti basati su IA sono molto precisi e migliori di qualsiasi freelancer umano, sui video del genere lifestyle. Sui contenuti travel, ovvero quelli creati nei luoghi di maggior afflusso turistico, c’è ancora qualche limite che un buon freelancer supportato da Google Lens può superare. Ovviamente, il freelancer che descrive stock footage su BlackBox è molto più cosstoso, visto che lacora al costo medio di un paio di euro a video, contro i pochi centesimi dei citati servizi.
In un paio di episodi del mio podcast parlo di BlackBox, incrociando la mia opinione con quella di gente che ha usato il servizio.
Se volete ascoltarli, eccoli:
Riporto qui sotto un resoconto un po’ inquietante scritto da un produttore che ora vuole rimanere anonimo, e che in un primo momento si era firmato. Quelli di Black Box, infatti, hanno scoperto questa pagina e gli hanno chiesto di togliere la recensione, manco fossero la massoneria.
Ecco le sue parole:
Dopo alcuni mesi passati a studiare BlackBox ho scoperto alcune verità nascoste.
Ho seguito con un certo interesse lo sviluppo della piattaforma, principalmente per un motivo: la possibilità di far parte del loro portfolio. Si tratta infatti di una collezione sufficientemente importante per avere maggiore visibilità sui motori di ricerca. In linea teorica un fatto del genere permette di essere più facilmente trovati tra i primi risultati mostrati dai microstock ai potenziali clienti che fanno una ricerca nei loro siti.
Per capire come riuscire a farlo:
Ho notato che, laddove agli amministratori del gruppo diventava sconveniente un certo tipo di richiesta, la stessa veniva rigettata senza motivo.
Ho rifatto allora le stesse domande direttamente ad alcuni membri della comunità, bypassando gli amministratori e le sorprese ci sono state (e in abbondanza).
Tra i mille dubbi, uno in particolare mi assillava:
se il portfolio unico dove confluiscono i contenuti di chi usa il servizio corrisponde al nome di BlackBoxGuild (più di 4 milioni di video su Pond5), come posso all’interno di questo ritrovare le mie clip tra le migliaia presenti?
Inserendo tra le keyword un mio codice personale: una parola identificativa che mi permettesse di ritrovare il mio stock footage.
E invece mi è stato vietato:
Non si può fare!
È scritto anche nella bibbia di BlackBox che prende il nome di User Guide e che il fondatore Pat McGowan ogni giorno su Facebook raccomanda di leggere e imparare a memoria.
Giorno dopo giorno ha cominciato a infastidirmi l’imposizione di tutti questi divieti e ho cominciato a incalzare Pat McGowan con diverse domande:
una volta caricate le mie clip ed accettate dalle agenzie, come posso cambiare il fotogramma di anteprima?
Risposta:
gli amministratori del gruppo hanno rimosso la tua richiesta.
Ho continuato:
Posso cancellare alcune clip già caricate?
Risposta:
No: una volta mandate nel sistema tu perdi il controllo.
E infine la domanda più importante:
Posso cancellare il mio account se non voglio più farne parte?
Risposta:
dipende dal perché.
Per quanto riguarda l’account da eliminare, dopo le prime (incredibili) disavventure, ho ricevuto risposte migliori, perché probabilmente qualcuno si è risentito. Adesso, inviando le motivazioni via mail, procedono ad eliminarne fino a 200 video ogni mese.
Dal mio punto di vista BlackBox resta sconsigliatissimo.
Al massimo si può mantenere l’account, oltre che per lavorare come curatori, anche per chiedere informazioni all’interno del gruppo Facebook, dove ci sono esperti in varie materie: dalla produzione all’editing e, devo dire, sono tutti disponibili.
L’unico filtro davvero antipatico è il fondatore stesso che ammonisce in continuazione la gente.
Ringrazio il contributor per aver condiviso la sua storia. Per il resto, traete le vostre conclusioni, come io ho già tratto le mie.
Daniele Carrer