Alla maggior parte dei fotografi e videomaker che vendono i loro contenuti nei microstock prima o poi sorge il dubbio se conviene o meno diventare contributor esclusivi in una certa agenzia.

sono i principali siti che offrono programmi di esclusività, dando a chi li sottoscrive dei privilegi in termini di maggiori percentuali di royalty e altri vantaggi. Dalla lista mancano però Shutterstock e Adobe Stock, che invece non prevedono nessun programma di questo tipo.

Sarebbe sbagliato da parte mia dirvi a priori se conviene o meno diventare esclusivi, perché è del tutto soggettivo stabilirlo. Dipende, tra le tante cose, dal tipo di contenuti che producete, da quanto tempo potete dedicare al microstock, da quanto bravi siete a curare la parte burocratica o a delegare al software la descrizione dei contenuti e l’invio a più piattaforme.

Fatta questa doverosa premessa, approfondisco il resto.

C’è innanzitutto da fare una distinzione tra stock images e stock footage.

Il mercato delle immagini stock è molto più frammentato di quello dei video. Vendere stock footage in siti diversi da Adobe Stock, Shutterstock, Pond5 ed eventualmente Getty Images non ha nessun senso guardando ai guadagni e al tempo che si perde per farlo. Al contrario esistono più di 10 agenzie che vendono discretamente le foto.

Vado sul concreto e faccio un esempio.

Pond5 paga ai contributor il 40% per i contenuti esclusivi

Se vendete video e diventate esclusivi di Pond5 (leggi la mia guida sull’agenzia), che è un’agenzia molto buona per lo stock footage ma scarsa per le stock images, come potete vedere in questa tabella, passate dal 30 al 40% di royalty, a cui si aggiungono altri privilegi:

Confronto tra contributor esclusivi e non su Pond5

Apro una parentesi: fino a prima dell’acquisizione di Shutterstock, le percentuali erano 40 e 60, a testimonianza di quanto male faccia un mercato dove c’è poca concorrenza tra agenzie, ma questo è un altro discorso.

Passare dal 30 al 40% di royalty significa aumentare i propri guadagni del 33%. Quindi, parlando dell’argomento che più interessa a tutti, ovvero i soldi, chiediamoci:

quel 33% di royalty in più lo recuperereste se anziché caricare solo su Pond5 da esclusivi, decidete di vendere i vostri contenuti anche su Adobe Stock e Getty Images?

Più no che sì.

Dipende ovviamente dal tipo di soggetti del vostro stock footage. Io che, come sapete se mi seguite, mi sono specializzato nei filmati storici, non posso vendere i miei contenuti su Adobe Stock, perché non accetta video editoriali da contributor che non siano le grandi agenzie di stampa come Reuters con le quali si sono accordati.

Quindi, considerata la redistribuzione su Shutterstock, optando per l’esclusività Pond5, come ho fatto, mi perdo solo le royalty di Getty Images, e guadagno anche il tempo che avrei invece perso inoltrando manualmente a Shutterstock i file e il csv con titoli e descrizioni.

La mia scelta scaturisce comunque da calcoli su misura, diversi rispetto a quelli degli altri videomaker, per lo stesso discorso che facevamo all’inizio: non esiste una risposta univoca alla domanda se diventare esclusivi convenga, come non esiste a tante altre domande sul mondo del microstock.

In secondo luogo, per decidere con tutti gli elementi del caso, bisogna fare attenzione a cosa le agenzie intendono per esclusività.

Pond5 non obbliga gli esclusivi a pubblicare solo lì. Chiede solo che le foto e i video che avete presenti negli account esclusivi siano in vendita solo su Pond5 ed eventualmente su un vostro sito personale. Vi permette invece di caricare altri contenuti sugli altri marketplace.

Dicono marketplace nel contratto, e non microstock, perché oramai lo stock footage viene anche venduto su siti il cui business principale è altro, come Envato, Vimeo, YouTube e addirittura anche Instagram che, lo ricordo, è uno dei luoghi dove vengono distribuiti i contenuti da chi usa software come Stocksubmitter.

Ci sono poi altri elementi da considerare. Come spero sappiate, sono finiti i tempi in cui si dovevano perdere le notti davanti al computer a descrivere foto e video con titoli e keyword. Ora quelli bravi lo fanno fare al software, peraltro con un’efficacia molto maggiore di quella che qualsiasi persona può ottenere.

E dovete anche considerare che se volete spedire le foto a più agenzie potete farlo impiegando molto meno tempo di quanto ve ne serviva una volta, sempre che sappiate usare i csv e sottoscriviate servizi molto economici come Microstock.plus o Stocksubmitter.

Cosa fanno iStockphoto e Gettyimages

Per quanto riguarda le altre agenzie citate, parto da quella più complicata, Getty Images, e dalla sua controllata iStockphoto ovvero, e lo dico con un po’ di nostalgia, la madre di tutti noi contributor della prima ora, ai tempi in cui con le foto e video creati nel nostro viaggio low cost di due giorni a Londra ci ripagavamo quello stesso viaggio e i successivi tre.

Il sistema di percentuali di royalty che usa iStockphoto per i suoi contributor esclusivi prevede quote che cambiano in base a quanto questi vendono durante l’anno, un po’ come accade su Shutterstock.

E’ un sistema furbo per pagare di meno i contributor, senza che questo sia troppo evidente. All’inizio dell’anno si parte tutti dalla fascia base e difficilmente si arriva a quella più alta. La fregatura è che se l’avanzamento scatta, per ipotesi, a dicembre, la percentuale maggiore si applica solo ai file venduti da lì in poi. Quindi nessuno guadagna il 45% su tutte le vendite.

Per i non esclusivi ci sono invece percentuali fisse, ovviamente minori di quelle della fascia base, come state vedendo in questa tabella pubblicata nel loro sito:

Getty Images, agenzia della quale non potete diventare esclusivi per vostra sola volontà, perché si riservano il diritto di selezionare le domande che gli arrivano, al contrario di iStockphoto non prevede royalty variabili a seconda della quantità di contenuti venduti.

Royalty per i contributor esclusivi di Getty Images

Il mio parere personale è che entrambe le agenzie appartengano oramai al passato glorioso del microstock e non valgano più la pena, tanto più in esclusiva.

Dreamstime paga il 60% ai contributor esclusivi

Dreamstime, in quanto agenzia minore, paga di più dei concorrenti che ho citato, distinguendo tra contenuti normali, contenuti esclusivi e contenuti di contributor esclusivi che hanno in vendita su Dreamstime l’intera loro collezione.

Le percentuali per quest’ultimi arrivano al 60%, mentre negli altri casi variano dal 25 al 50:

Royalty garantite ai contributor di Dreamstile del livello 1
Royalty garantite ai contributor di Dreamstile del livello 2
Royalty garantite ai contributor di Dreamstile del livello 3
Royalty garantite ai contributor di Dreamstile del livello 4
Royalty garantite ai contributor di Dreamstile del livello 0

Non mi dilungo sulla convenienza, se non dicendo che un qualsiasi numero moltiplicato per zero dà zero. Optando per l’esclusività Dreamstime perdereste, ottimisticamente, almeno il 90% delle vendite che avreste in generale se sceglieste più agenzie. Quindi anche se dessero percentuali più alte non ne varrebbe la pena.

Tornando a parlare dell’alba del microstock, ci sono state anche agenzie che davano il 100% della vendita, ai tempi in cui queste facevano a gara per accaparrarsi contributor e contenuti, anche senza l’esclusività. Ovviamente, la maggior parte di quei siti si è rivelato solo una grande perdita di tempo, a parte Storyblocks che, per il primo periodo in cui si chiamava Videoblocks, ha dato buone soddisfazioni.

Alamy

Alamy prevede invece un’esclusività sui contenuti, pagati al 50% (anziché il 20 o il 40%), e non sui contributor. 

Come abbiamo detto, anche Pond5 permette di caricare altrove contenuti diversi da quelli nell’account esclusivo ma se volete vendere contenuti non esclusivi su Pond5 dovete aprire un secondo account, con tutta la burocrazia che questo comporta. Quindi Alamy è meglio da quel punto di vista ma, come credo sappiate, la quantità di vendite che genera non è così elevata da giustificare l’esclusività.

Spero di avervi tolto qualche dubbio. Se siete sufficientemente smart, la domanda nell’aria dovrebbe essere:

le agenzie se ne accorgono quando i contributor fanno i furbi e vendono i contenuti esclusivi anche su altri marketplace.

La risposta è che tecnicamente non è difficile accorgersene se questo succede, usando sistemi non troppo diversi da quelli che qualche anno fa sono stati usato per addestrare abusivamente molti LLM con i contenuti pubblicati nei microstock

Mi farete poi sapere se la volontà delle agenzie è percorrere quella strada, scovando chi infrange le regole o se gli basta la parola dei, perché io francamente non lo so.