Un qualsiasi smanettone, con una sufficiente conoscenza della fotografia, può vendere le sue immagini online molto più facilmente del più grande fotografo al mondo, qualora quest’ultimo applichi alla vendita di foto online le stesse logiche degli altri lavori che ottiene.

Perché gli algoritmi contano così tanto

Questo per un semplice motivo:

gli algoritmi sono gli unici strumenti che possono mettere ordine nell’enorme quantità di contenuti pubblicati su internet e riuscire ad assecondare le regole con cui sono impostati è il modo più facile per fare business.

Di conseguenza, i principali motivi di successo per un fotografo che prova a vendere le sue immagini online non sono legati alla sua arte, ma a qualcosa di molto meno poetico.

Vi faccio un esempio.

Homepage di un sito internet

Poniamo che io sia un webmaster, ovvero una di quelle persone che creano i siti internet. Ho l’esigenza di mettere un gatto nella homepage del progetto a cui sto lavorando:

  1. creare quella foto da me è una perdita di tempo.
  2. rubarla con Google, nonostante quello che pensa l’uomo della strada, non si può fare. 

Decido di acquistarla da un microstock.

Mi collego quindi a Shutterstock o ad Adobe Stock e scrivo “cat” qui:

Ricerca della keyword "cat" su Shutterstock

Mi appaiono quasi 2 milioni di foto che contengono quella parola chiave. E’ ovvio che nessun compratore le guarderà mai tutte, e dubito fortemente che esista qualcuno che ne guardi anche solo un millesimo.

Di conseguenza, le immagini dei gatti che sono in cima alla pagina che appare:

Risultati della ricerca di foto con la keyword "cat" su Shutterstock

hanno ottime possibilità di essere vendute e quelle, nemmeno in fondo, ma anche solo al centesimo posto di una lista che ne comprende quasi due milioni hanno zero possibilità di essere acquistate.

L’ordine dato a quell’elenco di fotografie viene deciso da un algoritmo, ovvero da una formula matematica che calcola diversi fattori mai del tutto dichiarati ufficialmente dalle agenzie, ma che si possono dedurre analizzando proprio quegli stessi elenchi.

I microstock ragionano come Google

L’algoritmo più celebre di internet e, oramai, anche della storia dell’Umanità è quello di Google. Quando fate una ricerca su quest’ultimo, essere in cima alla lista o essere anche solo in seconda pagina, figuriamoci nelle altre, può fare la differenza tra:

  • il guadagnare milioni di euro,
  • non guadagnare nulla.

Di conseguenza, da una ventina d’anni a questa parte è nata una nuova professione che oggi praticano migliaia di persone in tutto il mondo: l’ottimizzazione per i motori di ricerca, ovvero come attuare delle strategie per arrivare più in cima possibile nei risultati di ricerca di Google.

I microstock lavorano con lo stesso principio quando qualcuno cerca una foto o un video nei loro siti.

Il motivo di fondo è sempre uno:

il loro unico scopo è guadagnare il più possibile e il modo migliore per farlo è proporre ai propri potenziali clienti i contenuti che è più facile che acquistino.

Perché alcuni produttori sono favoriti rispetto ad altri

Vi faccio un esempio che banalizza la complessità degli algoritmi, ma che aiuta a capire il modo in cui lavorano.

Le agenzie sanno qual è il rapporto tra visualizzazioni e vendite di ciascuna immagine. Di conseguenza, se un domani una persona che cerca una foto nel loro sito digita una parola chiave, è chiaro che l’agenzia sarà portata a mostrare a quella persona:

  • un’immagine che genera una vendita ogni 10 visualizzazioni
  • piuttosto che un’immagine che genera una ogni 100.

Poi, ovviamente, nella formula dell’algoritmo, ci sono dei meccanismi per attenuare questa classificazione, altrimenti i nuovi caricamenti non potrebbero mai salire in classifica, ma i principi di fondo sono quelli.

Mi rendo conto che nell’epoca dei social network, ovvero in anni in cui le persone buttano ogni giorno ore del proprio tempo sul nulla non si colga fino in fondo il motivo per cui i microstock devono agire in questo modo, ma credetemi, nel momento in cui un cliente è disposto a spendere i suoi soldi per comprare un’immagine o un video e questo si trova davanti agli occhi una serie di contenuti che nulla hanno a che vedere con quello che cerca:

quella persona passa dall’essere un potenziale cliente all’essere un cliente perso, perché è a un clic di distanza da un’altra agenzia che gli garantisce invece una migliore esperienza utente.

Poniamo che ci siano due autori che hanno entrambi 10 mila foto online. Il primo ha 0 vendite totali, il secondo ne ha 15 mila.

Se quei due autori un domani pubblicano:

  • la stessa foto,
  • con le stesse keyword,
  • lo stesso titolo,

chiaramente i microstock mostreranno più in alto la foto dell’autore che ha uno storico di vendite maggiore, perché ha dimostrato di saper creare contenuti che piacciono ai clienti e quindi è più probabile che venda anche quelli nuovi che pubblica.

Niente teorie cospirazionistiche, solo tanta sana e meritocratica voglia delle agenzie di fare più soldi possibili e, considerato che a noi fotografi e videomaker pagano a percentuale, dovremmo esserne particolarmente felici.

La tua parte artistica ti sta fregando

Fondamentalmente i fotografi si sentono tutti degli artisti e nella stragrande maggioranza dei casi sono frustrati perché quello che fanno non ha nulla di artistico. Quindi, sapere che il loro successo dipende da una formula matematica è un motivo di ulteriore arrabbiatura.

Ecco perché tanti odiano il microstock e dicono che è impossibile guadagnare con questo:

il loro approccio al business è lo stesso che usano per lavorare in altri settori della fotografia e, di conseguenza, non combinano nulla di buono.

Se invece voi sapete andare oltre questa mentalità battete il 99% dei vostri concorrenti.

D’accordo: gli algoritmi sono i cattivi. Però se un minimo avete frequentato l’ambiente:

  • della fotografia artistica,
  • della fotografia di moda
  • delle scuole di fotografia,

sapete che si tratta di settori fortemente autoreferenziali. Ovvero: senza raccomandazioni non andate da nessuna parte.

Quindi non è così scontato che passando agli algoritmi siamo peggiorati, visto che prima degli algoritmi il modo più facile per avere successo come fotografi era essere amici di qualcuno, cosa che accade molto spesso ancora oggi, almeno se il vostro obiettivo non si limita ad aprire un piccolo studio di Provincia il cui business principale è:

  • vendervi sottocosto a matrimoni,
  • riprendere feste di fine anno negli asili.

So bene che incentrare la propria produzione nel presupposto di dover accontentare un algoritmo non è eccitante come essere il protagonista di una mostra in una galleria d’arte moderna o fotografare modelli per l’alta moda, ma non è nemmeno difficile, perché basta seguire pochi e semplici concetti.

Sai che descrivendo male le tue foto e i tuoi video stai perdendo soldi?

Hai l’hard disc pieno di stock images o stock footage che potresti mettere a reddito, ma non hai tempo e voglia di scrivere titoli e keyword?

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Come migliorare il rapporto contenuti/vendite

Uno dei principali è che nell’indicizzazione che le agenzie usano per mostrare i contenuti ai clienti è importante la percentuale di vendite che gli autori hanno rispetto ai contenuti pubblicati. 

Fotografo di fronte alla Torre Eiffel a Parigi

Quindi, se vi focalizzate nella categoria travel, ovvero le foto e i video che vendete sono a sfondo turistico, non caricate mai 100 foto:

  • della Torre Eiffel,
  • del Colosseo

ma caricatene solo 10, perché in tal modo alzate la media vendita dei singoli file che mettete online e, ovviamente, modificate in questo presupposto tutta la vostra produzione, che significa lavorare in un modo, credo, molto diverso da quello a cui siete abituati.

E, ugualmente, ci sono tanti altri parametri da considerare e che spiego in maniera approfondita nel mio corso (guarda di cosa si tratta).

Attenzione a chi si è già spaventato:

tutte queste sono considerazioni di carattere generale che riguardano l’intero portfolio che dovete produrre, non gli specifici contenuti, perché non serve una riflessione approfondita per ogni foto che decidete di scattare, altrimenti non ne uscite vivi.

La singola foto o il singolo video al massimo cambieranno di una virgola le sorti dei vostri incassi.

Prima di macinare guadagni degni di nota, dovete costruire una collezione molto ampia, perché solo dopo che l’avete fatto le agenzie cominciano a considerarvi degli autori da mostrare costantemente in alto nei risultati che fanno vedere ai loro clienti.

Da nuovi arrivati siete solo dei fotografi o videomaker sotto osservazione che saltuariamente le stesse agenzie favoriscono per capire se un giorno sarete in grado di portare loro vendite.

Se le mie parole hanno tarpato le ali di voi artisti della fotografia e della ripresa video, io non posso che esserne felice, perché il modo più facile per fare cultura con le vostre foto e i vostri video, oggi, non è diventare artisti subito, come insegnano altri, visto che se seguite quella strada è improbabile che ci riusciate, ma fare un sacco di soldi e solo dopo averli fatti, grazie alla rendita passiva che vi siete creati magari proprio con il microstock, provare a diventare degli artisti.

Ma questo lo spiego meglio negli altri miei video.