Quando si tocca il fondo vuol dire che è arrivato il momento di rivoluzionarsi.

Quanti fotografi professionali possono dire di fare un lavoro che gode di buona salute?

Quanti stanno facendo qualcosa per sopravvivere al business che verrà fra 5 anni?

Rispondere uno su cento è una visione fin troppo ottimistica. E, considerando che non fra 5 anni ma già fra qualche mese, il mondo del lavoro sarà completamente diverso da oggi, tanti di quelli che si limitano ad accettare passivamente il cambiamento, senza prepararsi per riuscire invece a sfruttarlo, dovrebbero iniziare a preoccuparsi seriamente.

Per mia fortuna non perdo nemmeno un minuto al giorno nei social network. Purtroppo però, dal contatto con altre persone, mi arriva l’onda riflessa del danno che questi stanno facendo all’Umanità.

Siamo diventati persone che hanno il disperato bisogno di dare a qualcuno le proprie colpe e il piacere che deriva dal farlo è talmente elevato che siamo quasi portati a farci del male per guadagnare il nostro gettone di partecipazione al rito dell’insulto collettivo al capro espiatorio di turno.

Posso sembrare esagerato, ma fateci caso e riflettete se non è vero. Quando si insedia un nuovo Governo, la metà del Paese che gli ha votato contro spera che l’Italia vada male così che la propria parte politica vinca le successive elezioni.

Nell’epoca dell’odio, il piacere di assistere alla disfatta di chi non ci sta simpatico, è superiore alle pena di subire i danni di tale fallimento che, nel caso del Governo, ahimè non colpiscono solo che lo ha votato.

E se si parla di lavoro il discorso non cambia.

Il digitale ha aperto 1000 fronti di guadagno a fotografi e videomaker ma quest’ultimi, anziché sfruttarli, sanno solo aspettare che qualcuno faccia qualcosa per loro.

Quanti fotografi professionali scrivono costantemente contenuti per il loro sito?

Quanti vendono i loro libri su Amazon?

Quanti si fanno pagare pubblicando corsi digitali che insegnano a fotografare a quei milioni di improvvisati che riempiono di immagini spazzatura i social network?

La risposta è esattamente uguale a quella che ho dato prima.

Se però chiedessi quanti fotografi professionisti sono su Facebook a lamentarsi dell’elemosina dello Stato che arriva con due giorni di ritardo o a pubblicizzare la petizione degli scappati di casa di turno, allora le percentuali si ribalterebbero.

Sono io che vedo le cose dal lato sbagliato o c’è qualcosa che non va?

Quando ho mollato il lavoro dei miei sogni

So bene di essere arrogante quando parlo, ma non ragiono in astratto. Mi riferisco esattamente a quello che ho fatto io negli ultimi anni.

Ci sono riuscito usando gli strumenti che internet mi ha messo a disposizione, a un prezzo molto più basso di quello che deve pagare chi continua a fare:

  • il fotografo
  • il videomaker

alla vecchia maniera.

Sei anni fa, stanco di lavorare per la televisione e compreso che i tempi d’oro di quel mondo erano finiti, me ne sono andato. Ho rinunciato a uno stipendio invidiabile e a quella che, da ragazzo, era la professione dei miei sogni.

All’epoca quasi tutti mi hanno preso per matto. Ma avevo capito in che direzione stava andando il mondo, partendo da un’immagine:

Sai che descrivendo male le tue foto e i tuoi video stai perdendo soldi?

Hai l’hard disc pieno di stock images o stock footage che potresti mettere a reddito, ma non hai tempo e voglia di scrivere titoli e keyword?

Conosco chi può fare molto bene il lavoro che ti serve. Scopri di più

L’immagine qui sopra racconta una storia che vale più di 1000 parole.

L’uomo nella foto, nel giro di qualche anno, diventerà con le sue sole forze (è figlio di un dentista) uno dei 10 uomini più ricchi del mondo.

Se siete della mia generazione (sono nato nel 1977), o più vecchi, dite la verità:

se aveste avuto un compagno di classe esteticamente uguale a lui, il massimo che gli avreste prospettato professionalmente sarebbe stato un posto all’Ufficio Postale.

Lui, invece, in pochi anni si è creato una ricchezza di gran lunga superiore a quella che intere generazioni di grandi famiglie di capitalisti non sono riuscite ad accumulare.

Questa è internet. Le persone che hanno capacità ottengono quello che vogliono, senza essere chiuse da raccomandazioni, burocrazie o pregiudizi.

Grazie a questo sito ho conosciuto centinaia di fotografi.

Una parte della categoria mi ama, perché capisce l’enorme lavoro che c’è dietro a un progetto come il mio.

Tanti però non mi sopportano, forse perché ai loro occhi sono il portavoce delle multinazionali del digitale (Google, YouTube, Amazon) che, per una certa narrazione, stanno distruggendo il mondo.

Partiamo da un presupposto che aiuterà quelli che credono di sapere tutto di internet solo perché sono perennemente collegati a Facebook.

Per scrivere questa pagina ho impiegato giornate di lavoro. Tutto gratis.

I dati che elencherò di seguito dimostrano però che non sono uno sprovveduto, e il fatto che io regali il mio tempo per creare un contenuto che aiuterà gli altri, magari i miei potenziali concorrenti, vi dimostra una regola che vale sempre:

per iniziare a mettere in piedi un business basato su internet bisogna investire il proprio tempo, le proprie capacità e magari anche i propri soldi. Per qualcosa che può dare risultati (forse) solo dopo mesi o anni.

Come me, ci è riuscito anche Domenico Fornas (leggi la sua storia), un appassionato di fotografia e ripresa video che sta avendo buone soddisfazioni con il microstock.

Il segreto del suo successo (e del mio)?

Essere talmente convinti del nostro progetto da tenere duro di fronte allo sconforto di giornate in cui si lavora 12 ore di fila senza incassare un euro.

In una Società che ci abitua ad essere pagati “a ore”, uno scenario del genere non è da tutti sopportabile.

Quella è stata la nostra gavetta. Solo adesso ne cogliamo i frutti e per questo ci permettiamo di dire agli altri cosa, secondo noi, va fatto. La maggior parte di chi ha provato, però, non ha combinato nulla e si è pulita la coscienza iniziando a dire che il microstock e il digitale sono delle fregature, rifugiandosi nei social network alla ricerca di conferme da parte di qualcuno che il feed di Facebook non tarderà a fargli incontrare (se vi capita, su Netflix, guardate The Social Dilemma).

Un mercato senza frontiere e raccomandati

Il vantaggio di fare business su internet è che è un mercato globale. Quindi, se l’Italia va in crisi, noi che lavoriamo grazie al web non ne soffriamo.

Io non passerò mai un giorno a pancia all’aria perché mi manca il lavoro, semplicemente perché il paradigma non è quello di fare qualcosa e venire pagato in base a quanto tempo ci impiego.

Io creo prodotti digitali. I progetti a cui sto lavorando oggi, forse, mi porteranno i primi incassi tra mesi. O magari saranno un insuccesso e scoprirò di aver buttato settimane del mio tempo. Succede anche alle start up, che nel 90% dei casi falliscono ma, considerato che chi ha investito 1000 dollari in Facebook all’inizio oggi è milionario, rimangono un ottimo investimento.

Posso comportarmi così senza problemi, perché anche mentre sto scrivendo, alcuni dei progetti che ho lanciato vendono in automatico. Tipo questo:

Io non saprò mai il nome di quel cliente che ha pagato 397 euro per un filmato del mio archivio, semplicemente perché questo:

  1. mi ha trovato grazie a YouTube,
  2. nella descrizione del video ha trovato un link al mio sito,
  3. lì ha usato un bottone PayPal che una volta pagato lo ha reindirizzato alla pagina di scarico del file.

Mentre le macchine vendevano per me, io stavo scrivendo questa guida gratuita per aiutare gli altri.

I miei progetti sono quasi tutti impostati con questo sistema e non sono riuscito a creare tutto ciò perché sono un genio, ma solo perché ho avuto l’umiltà di imparare a farlo.

Addirittura, alcune volte, grazie al successo dei miei prodotti digitali, ho aperto un business quasi tradizionale.

Ascoltate questa storia.

Tra i clienti dei filmati storici della collezione che ho costruito, ci sono:

  • BBC
  • Netflix
  • Prime Video

Non ci credete?

Leggete la mail qui sotto. Poi so bene che ci sarà sempre qualcuno che penserà che è stata creata con Photoshop…

Tutti quei clienti mi hanno contattato grazie al mio canale YouTube perché, concetto non facilissimo da capire per chi è abituato al business offline, per avere successo su internet non basta avere il prodotto, bisogna anche avere il pubblico.

Il mio business offline grazie al business online

Visto che potevo citare il fatto che i filmati che ho digitalizzato sono stati trasmessi dai più prestigiosi produttori internazionali di contenuti, ho aperto un servizio di digitalizzazione di film amatoriali in pellicola che, proprio per il fatto che ho già dimostrato la qualità di quello che faccio, mi permette di trovare clienti:

  • in automatico
  • senza difficoltà

Ne vale la pena dal punto di vista economico?

Assolutamente no, se devo confrontare quanto mi fanno guadagnare i prodotti digitali e quanto tempo invece perdo a digitalizzare i film che mi mandano.

Ma il video, come anche la fotografia, per me è una passione e quindi posso permettermi di fare cose poco convenienti, avendo lasciato fuori dalla porta:

  • clienti che non pagano,
  • sposi che spendono 200 a persona per il pranzo di nozze e vogliono pagare 50 euro il filmato del loro matrimonio,
  • gente che dice che l’amico de loro amico lo stesso lavoro lo fa per un quarto del prezzo.

Tanti altri fotografi e videomaker possono dire la stessa cosa?

Rispondo io: no!

Lo dico con certezza, non per esperienza personale, visto che quel mondo per me non esiste più da anni, ma perché la mia casella di posta elettronica è piena di professionisti che me lo certificano.

Internet è enorme e c’è lavoro per tutti

Se l’unico modo per lavorare con internet per fotografi professionisti e videomaker fosse vendere prodotti 100% digitali, non ci sarebbe spazio per tutti. Attenzione però che le cose non stanno così e questo è uno dei tanti equivoci che la cattiva informazione genera.

Internet è il negozio più grande della storia.

In funzione di questo, fare:

  • fotografie
  • video

è quanto di meglio esista per dire al mondo che sul mercato c’è un determinato prodotto. Ed è su questo principio che si gioca la partita.

Come cambiano i paradigmi del lavoro con il digitale

Da persona che insegna agli altri a vendere i propri contenuti nei microstock mi sento spesso obiettare dai fotografi professionisti:

perché dovrei vendere a 50 centesimi una foto, se fino a ieri, per la stessa foto, chiedevo 200 euro?

La mia risposta è:

  1. Perché una volta che hai messo online quella foto, senza più muovere un dito, puoi venderla migliaia di volte.
  2. Perché i clienti non te li devi andare a cercare, ma lo fanno le agenzie per te.
  3. Perché per fare il produttore non hai bisogno di affittare un negozio o uno studio e sostenere tutte le spese e la burocrazia che comporta.
  4. Perché il microstock è un mercato globale e anche se l’Italia va in crisi le tue vendite non cambiano.

Non c’è una sola persona intelligente che può pensare che fra pochi anni ci sarà ancora un solo fotografo che sopravviverà solo:

  • stampando foto
  • fotografando cerimonie
  • proponendo alle aziende filmati da distribuire in dvd ai loro clienti.

Se vi state chiedendo ancora perché regalo i giorni che impiego per scrivere una guida del genere, la prima risposta dà l’idea del perché il mondo con la tecnologia può solo migliorare:

voglio condividere la mia esperienza con gli altri, sperando che li aiuti.

Voi non siete miei concorrenti, siete persone con cui condivido l’amore per la fotografia e la ripresa video e con il vostro lavoro contribuite a far diventare il mondo un posto migliore.

Se riesco a capire come fare una cosa, non ha nessun senso tenersi il segreto, non fosse altro perché di idee buone me ne vengono tante ogni giorno e non avrò mai il tempo di realizzarle tutte.

Dare vita a un progetto oggi non è come 20 anni fa, quando si dovevano passare mesi tra finanziamenti da chiedere alle banche, permessi vari e, almeno in Italia, ricerca della giusta raccomandazione.

Oggi, da lavoratore digitalizzato, posso dire che:

  1. ho un’idea la mattina
  2. il pomeriggio ho il sito online
  3. la sera ho messo in piedi una campagna pubblicitaria per testarla
  4. il giorno dopo ho i dati che mi dicono se quell’idea è probabile che funzioni o se devo pensare ad altro

Il secondo motivo di questa guida è che per fare business non basta un prodotto da vendere, bisogna anche avere un pubblico. E per avere un pubblico che crede in quello che dici hai bisogno di una credibilità che puoi guadagnarti solo con la condivisione.

Se a questa pagina ne affianco altre, che allo stato delle cose sono centinaia in questo sito, e ai testi affianco:

nel tempo dimostro a chi mi segue le competenze che ho e posso offrire a pagamento la parte migliore dei miei insegnamenti.

Se decidete di monetizzare allo stesso modo quello che potete insegnare agli altri, attraverso:

  • corsi
  • consulenze

la più grossa difficoltà, all’inizio, sarà impiegare molte ore delle vostre giornate senza un riscontro economico diretto a quel lavoro.

Ed è questo lo scoglio su cui cadono gli improvvisati che non combinano nulla nel web: applicano le logiche del lavoro tradizionale a internet. Ovviamente non ottengono nulla e così cominciano a condividere l’idea che il digitale sia una fregatura.

Vi faccio un esempio.

Qualche tempo fa la rivista di fotografia N-photography scrisse questo articolo in cui si parlava di uno dei miei siti:

A parte alcuni errori che denotano che chi ha scritto non si è documentato, quello che mi colpisce è il finale, che parla di uno degli studenti del mio corso che si chiama Alex Di Martino e di cui potete leggere la storia completa in questa pagina.

Cito testuale:

sul sito di Daniele Carrer si legge anche la testimonianza di Alex Di Martino, venticinquenne impiegato d’azienda… è riuscito a guadagnare 232,70 dollari nella prima settimana. Non sarà un granché, ma è sempre meglio di niente!

Se quei 232,70 dollari fossero lo stipendio di 40 ore di lavoro settimanali, come l’autore dell’articolo evidentemente pensa, sarebbero l’anticamera di andare a mangiare alla Caritas.

Il problema è che quei contenuti che hanno generato 232,70 dollari in una settimana, senza che il suo proprietario muova ulteriormente un dito, ne genereranno altri in futuro.

Se una persona non capisce il concetto, è chiaro che non ha gli strumenti per parlare di come sfruttare internet per crearsi un lavoro e finirà per dire un sacco di stupidaggini ingannando chi l’ascolta. Perché le fake news viaggiano anche fuori dalla rete.

Gli influencer che guadagnano scroccando le cene

Tanti oggi pensano che l’unico modo per guadagnare con internet sia:

  • iscriversi a Instagram
  • trovare dei follower
  • diventare influencer

Il 99% degli influencer ha come business principale quello di contattare i ristoranti per chiedere se gli possono offrire la cena in cambio di un selfie.

Sono imprenditori quelli?

Quella è tutta gente che, se già non lo fa, un domani vivrà solo grazie al reddito di Cittadinanza o alla paghetta dei genitori.

E’ chiaro che se un fotografo, abituato a lavorare seriamente, sente storie del genere capisce che c’è qualcosa che non va e, magari, è portato a credere che se il business online è quello tanto vale andare a fotografare i matrimoni.

In realtà il problema è che:

  • in televisione (da Barbara D’Urso in poi)
  • nei social network

si parla solo della nuova Chiara Ferragni o dell’influencer con la pistola tatuata.

A proposito.

Un video da 354 milioni di visualizzazioni

Guardate il video qui sotto (vi bastano i primi 10 secondi per capire cosa voglio dire, di più è anche difficile che resistiate):

Ha 354 milioni di visualizzazioni (50 volte di più della serata finale di Sanremo, che per essere prodotta costa milioni di euro).

Sapere che una schifezza del genere ha avuto un tale successo, nelle persone abituate a lavorare professionalmente nell’ambito video genera:

  1. sfiducia
  2. sospetto che YouTube sia solo spazzatura

Il punto è che, anche se non se ne parla, esistono filmati con meno di 1000 visualizzazioni che hanno portato clienti veri e paganti alle aziende.

Una strategia di comunicazione basata sui video, non essendoci più il problema del doversi trovare un media per trasmettere, può da sola determinare il successo di qualsiasi Impresa.

Se noi fotografi e videomaker lo capiamo e impariamo a spiegarlo a chi ha un business, non sarà un virus a toglierci il lavoro.

Le colpe non piovono solo dal cielo

Queste cose sono vere già da anni. Quindi se oggi vi lamentate che:

  • i filmati aziendali li fanno i cugini dei cugini e a voi non vi chiama più nessuno
  • il telefono è muto e la gente non entra più nel vostro negozio o studio
  • su Groupon i vostri concorrenti offrono servizi fotografici a 10 euro

un po’ è anche colpa vostra.

La situazione per quelli che non hanno innovato è nera, ma per uscirne basta entrare nell’ordine di idee che il vecchio mondo, anche se lo si rimpiange, non esisterà più.

Una delle persone che segue il mio sito fa il tecnico alla fiera di Verona, quella dove si svolge il Vinitaly, probabilmente la fiera più importante d’Italia, insieme al Salone del Mobile di Milano.

Lui si chiama Damiano Buffo e quindi può aiutarci a capire cosa non ha funzionato nel modo di lavorare di certi fotografi.

I fotografi che gravitano attorno alla fiera sono di quelli alla vecchia maniera.

Forse anche per il prodotto che devono consegnare, ma hanno sempre lo stesso stile che è, più o meno, uguale per tutti. La stessa tecnica e le stesse operazioni che ripropongono ogni volta. C’è poca voglia, o necessità, di avere o fornire qualcosa di nuovo. Magari perché li tranquillizza il fatto di avere già un contratto sicuro in mano.

Invece c’è bisogno di cambiare stile e modo di pensare, perché ce lo impone il mondo. Se ci sono telefoni che fanno quello che fa una macchina fotografica da 2.000 euro, l’unica strada è investire sulla persona e sulla sua creatività.

Non serve avere l’attrezzatura o conoscere le tecniche più sopraffini per fare business. Serve capire cosa vuole il mercato. Solo questo porta a dare un valore al proprio lavoro, perché i clienti siano disposti a spendere dei soldi per le nostre fotografie.

Il successo che un fotografo ha non è dato più dall’attrezzatura che possiede o dagli studi che ha svolto, ma dalla capacità di dare un prodotto unico.

Damiano Buffo

Ringrazio Damiano per la testimonianza.

Adesso provo a spiegarvi come uscire dall’angolo e lo faccio raccontando la storia di altri fotografi che hanno combinato qualcosa di buono grazie ad internet o, quanto meno, hanno capito da un pezzo che devono cambiare direzione.

Chi ha successo con i video… non sa fare video (capito fotografo?)

Chi oggi sta avendo successo con i video su internet, i video non è capace a farli.

Semplicemente ne capisce di comunicazione, competenza che a fotografi e videomaker nel 99% dei casi manca.

E’ un presupposto triste all’apparenza. In realtà è il migliore possibile, visto che chi ha la padronanza del mezzo può trarne enorme vantaggio, se ha voglia di cambiare mentalità.

Da persona che insegna agli altri come vendere foto e video online nei microstock, mi scontro quotidianamente con fotografi, anche professionisti, che fanno un’enorme fatica a girare video, perché:

  • non si ritengono all’altezza,
  • non hanno voglia di imparare quelle (poche) cose che servono per fare il passaggio.

Se siete tra questi, basta dare un occhio al video da 354 milioni di visualizzazioni qui sopra e capire che, stilisticamente parlando, non potete fare peggio.

Non è il perfezionismo tecnico che fa la differenza su internet. Dovete solo capire che i video sul web devono essere diversi dagli altri tipi di video.

Se voi pubblicate il classico filmato aziendale che è costato:

  • 2 giorni di riprese
  • 2 settimane di montaggio
  • 20 mila euro

su YouTube, non lo guardano nemmeno i dipendenti dell’azienda che lo ha commissionato.

Chi ha pagato il conto, al mancato scoccare della centesima visualizzazione, sarà portato a pensare di aver buttato i suoi soldi. Scenario che effettivamente non è molto lontano dalla realtà.

Ma non è lo strumento video che non funziona, è solo il video sbagliato nel media giusto.

E’ come (scusate la metafora) se su YouPorn pubblicate una puntata di SuperQuark, o come se nel locale dove i Blues Brothers suonano alla fine del film (quello dove tirano le birre) suonasse la Filarmonica di Vienna.

Se ora vi chiedete qual è il genere di video da pubblicare su YouTube per avere successo, ve lo spiego con l’aiuto di un fotografo professionista che si chiama Andrea Tosi.

La testimonianza di un fotografo che lavora con le aziende

Mi chiamo Andrea Tosi.

La mia attività di fotografo è principalmente legata ad aziende del settore meccanico della mia zona (Riccione), per le quali faccio foto di:

  • macchinari
  • componenti

per i loro cataloghi e siti.

Faccio anche il videomaker, realizzando filmati che raccontano case history dei loro clienti: avrei dovuto andare in Cina e a Seul per fare delle interviste presso le fiere del settore, ma ai tempi del primo lockdown poi è saltato tutto.

Realizzo anche servizi fotografici di:

  • eventi
  • convention aziendali

e foto di interni e virtual tour per aziende legate al turismo. E’ inutile dire che, in questo momento, tutti questi settori sono sulla graticola.

Il futuro della fotografia e del videomaking

Approfitto dell’esperienza di Andrea (chi scrive è di nuovo Daniele Carrer), per un ragionamento sul futuro della professione di fotografo e videomaker.

Parto da questo mio video:

Domani (ma se vogliamo anche già oggi) i fotografi e, sopratutto, i videomaker non saranno più assunti da altri per fare le foto da catalogo una tantum, ma, all’interno della gran parte delle aziende con più di 5 dipendenti, ci sarà una persona che a tempo pieno farà comunicazione costante tramite fotografia e ripresa video.

Sarà molto meno costoso e più efficace fare così che mandare in giro un rappresentante.

Chi racconta la propria azienda… con le stock images dei concorrenti

I siti delle Aziende, anche quelli che costano migliaia di euro, oggi sono completamente sbagliati a livello strutturale, perché magari:

  • sono belli da vedere
  • ma non attraggono traffico

E quel poco traffico che attraggono non sono in grado di convertirlo in clienti.

Le stock images e lo stock footage vanno benissimo, ma solo:

  • per vendere le offerte su Groupon
  • per i siti di notizie, quando devono parlare di diete o di mete per vacanze
  • per i documentaristi che cercano video generici per narrare le loro storie

Ma non vanno bene per raccontare la propria azienda, semplicemente perché:

  • puzzano di falso
  • la gente oramai ha imparato a riconoscerle

Anche se avete migliaia di contenuti in vendita nei microstock questa realtà non vi deve spaventare. Il perimetro di business di stock images e stock footage vale “solo” qualche miliardo di euro l’anno.

Il perimetro della comunicazione ne vale invece centinaia, ed è in quest’ultimo che, dopo aver studiato come fare, potete infilarvi trovando lavoro senza problemi.

Anche in Italia si produce e quindi c’è bisogno di fotografi e videomaker

Sapete tutti che l’Italia è un Paese a cui spesso il mondo, più o meno a ragione, ride dietro.

Ma è fortissima in tre settori:

  • moda
  • cibo
  • turismo

Se il prodotto che l’azienda deve vendere è, per esempio, una mela biologica, è inutile creare un sito che ha in copertina l’immagine patinata di una mela (magari, per stare nel budget, un’immagine stock, quindi di un campo che non è nemmeno quello che produce le mele che l’azienda in realtà vende).

Perché:

  1. non ci sarà traffico (non a pagamento) che arriva nel sito
  2. le 50 persone al mese che arrivano non avranno un solo motivo per diventare clienti

Se io invece, in quel sito, creo 10 pagine testuali su 10 argomenti diversi legati alle mele biologiche, della serie:

  • quando una mela si definisce biologica
  • quanto costano le mele biologiche
  • come si coltivano le mele biologiche
  • 5 ricette per le mele biologiche

inizio ad acquisire il traffico che Google mi manda.

Se poi all’interno di quei testi incorporo dei video, magari anche girati con lo smartphone, dove in due o tre minuti il titolare dell’azienda (o il socio designato alla comunicazione) spiega semplicemente quello che, a telecamere spente, ha spiegato mille volte in vita sua, ovvero:

  • perché le sue mele biologiche fanno bene
  • come coltiva le sue mele per renderle più sane
  • quanto lavoro c’è dietro alla coltivazione

e via dicendo, allora è molto più facile che i visitatori del sito diventino anche clienti.

A quel punto se l’imprenditore mette in piedi una distribuzione diretta, può saltare tutte le scocciature di vendere a prezzi di saldo il suo prodotto agli ipermercati e, se testa che il modello funziona, allargare il suo business, senza limiti.

Tutto, alla fine, grazie ai video e al piccolo sacrificio che costa mettere in piedi un’attività di comunicazione basata su questi.

Portare avanti una strategia del genere costa:

  • uno smartphone (che di sicuro si ha già)
  • un canale YouTube (che è gratis)
  • un sito internet (che costa 100 euro l’anno)

e lo stipendio di un fotografo/videomaker che sappia fare il suo lavoro, se non c’è già una risorsa all’interno dell’azienda che possa essere formata.

Ne vale la pena?

Secondo me sì.

Poi tanti possono starsene seduti sul divano a lamentarsi nei social network che non hanno lavoro per colpa di Amazon, della concorrenza a basso costo o del prossimo virus che verrà, ma non so se quest’ultima strategia usciti dalla propria bacheca Facebook paghi.

Il sito non basta, servono i clienti

La grande bugia delle agenzie di comunicazione è dire ai propri clienti che devono avere un sito internet, senza spiegare che questo, da solo, non serve a niente se non si mette in atto un sistema per trovare dei visitatori da trasformare in clienti.

Il traffico internet oggi viene per la stragrande maggioranza da Google e dalla sua costola YouTube e, sempre meno, dai social network.

Il modo più facile per essere indicizzati da Google e da YouTube è una comunicazione costante con i video, fatta parlando di argomenti strettamente legati a quello che le persone cercano relativamente al prodotto che si vuole vendere.

Vado sul concreto.

Un esempio pratico di come trovare clienti

Se io voglio portare clienti a un’impresa che, come nel caso di Andrea Tosi, fa lavorazioni meccaniche , per riuscire a farlo tramite internet:

  1. vado su ubersuggest.com
  2. scrivo “lavorazioni meccaniche”
  3. mi appare questa schermata

In 10 secondi quindi, gratuitamente, scopro che ogni mese in Italia 1900 persone cercano lavorazioni meccaniche su Google e tante altre cercano lavorazioni meccaniche + un’altra parola.

Essere in cima all’elenco che Google mostra a quelle 1900 persone significa traffico costante al proprio sito che a quel punto, se lavoro nel modo giusto, mi permette di trasformare quelle persone in clientela.

E qui viene la parte per i fotografi e i videomaker.

Oggi, arrivare in cima a quell’elenco di Google (o quanto meno in prima pagina) con un video pubblicato su YouTube o con una comunicazione attraverso le fotografie inserite nel sito aziendale, se si sa come fare, è alla portata di tanti, almeno relativamente a ricerche come lavorazioni meccaniche.

Quello che frena molti addetti ai lavori dal capirlo è che, essendo la comunicazione tramite i video su YouTube di stile completamente diverso rispetto a quanto si vede in televisione, il mezzo video su internet non viene considerato da tanti sufficientemente serio per essere inserito in una comunicazione di tipo professionale.

I fotografi e i videomaker che invece credono in YouTube, possono trarre infiniti vantaggi da questo, perché ci si muove in un mercato e in quanto tale questo è soggetto a:

  • domanda
  • offerta

Se quest’ultima è carente, ci sono delle autostrade per gli altri.

Fatta questa premessa, chiedo un paio di cose proprio ad Andrea Tosi, vista l’esperienza professionale diretta che ha.

Lo faccio anche per capire se sono io che sto guardando troppo avanti o se è vero che la maggior parte dei fotografi e videomaker è rimasta alla mentalità di quando in televisione trasmettevano La Ruota della Fortuna e per comunicare si usava il fax:

Tu abiti in una zona del Paese tra quelle con il reddito più alto (la Romagna) e probabilmente anche in una di quelle con la mente più aperta all’innovazione.

Da addetto ai lavori, credi che lo scenario che ho disegnato sia troppo pessimista o le cose stanno veramente così?

Per quanto riguarda il discorso sulla comunicazione all’interno delle aziende, la cosa è molto varia.
 
Un’azienda che costruisce componenti tecnologicamente avanzati per cui faccio foto e video (250 dipendenti e rivenditori in tutto il mondo) ha all’interno l’ufficio marketing che gestisce:
  1. le strategie di comunicazione
  2. la partecipazione alle fiere internazionali
  3. la progettazione degli stand
  4. la redazione dei cataloghi

Ha indubbiamente una visione molto ben strutturata e di qualità. Ai tempi del virus gli ordinativi dalla Cina e dall’Asia erano calati del -92% per cui, per quanto riguarda la mia collaborazione con loro, da quella volta è stato tutto congelato e chissà cosa succederà.

Anche in tempi migliori il dato di fatto era che i loro prodotti a bassa tecnologia erano in forte calo, perché venivano copiati dalla Cina e venduti ad un terzo del prezzo. Però la loro produzione ad alta tecnologia non diminuiva.

Quello che mi fa sperare è che la produzione che hanno in Italia, Corea, Usa e Shanghai è sempre continuata e senza interruzioni.

Un’altra azienda in forte crescita per cui faccio fotografie e video che si occupa di macchinari per imballaggio e che fattura 42 milioni di euro, non ha all’interno un ufficio marketing e la comunicazione è lasciata un po’ al caso. 

La dirigenza dà poca importanza alle immagini, ai video e al messaggio che questi veicolano; ultimamente hanno assunto una persona per seguire questo settore, ma è molto improvvisata e la dirigenza la lascia fare. 

Poi ci sono le piccole aziende e indovinate cos’è la prima cosa che chiedono:

ma quanto mi costa?

Riguardo al settore turistico, che dovrebbe puntare moltissimo sulla comunicazione, è un Farwest di improvvisazione. Il popolo dei cugggini pullula ad ogni dove e le foto e i video vengono fatte rigorosamente con:

  • il cellulare
  • in verticale
  • a braccio teso

Pazienza le piccole strutture familiari che lavorano 3 mesi in estate, ma anche nei 4 stelle capita di vedere molto fai-da-te.

A proposito, avevo iniziato una inserzione su Instagram per proporre foto di interni agli hotel.

Alla fine ho dovuta girarla su Facebook perché, andando a guardare i pochi profili Instagram aperti dagli alberghi, ho visto che vengono usati:

  • non per la comunicazione aziendale
  • ma come profili privati per pubblicare le più svariate menate

Com’è la situazione del lavoro tra i fotografi e i videomaker che lavorano molto con aziende per creare cataloghi per fiere, foto da pubblicare nei siti internet o video promozionali?

La risposta sta, in parte, in quello che ti ho già elencato sopra.

Non c’è molta cultura della comunicazione nelle aziende, tanto più sono piccole. In questo momento per quel che vedo io è tutto congelato. C’è attesa, paura, silenzio.

Quello che dici è interessante riguardo al fatto che fotografi e videomaker dovrebbero a tempo pieno lavorare per le aziende seguendo in modo costante la comunicazione ma, per la mia esperienza, anche nelle grandi realtà è difficile entrare per fare solo il fotografo/videomaker, senza che dietro ci sia un sistema strutturato di comunicazione-marketing.

Mentre nelle piccole imprese quasi mai c’è all’interno la consapevolezza dell’importanza della comunicazione.

Un caso studio legato ai video

Ringrazio Andrea Tosi per la sua testimonianza diretta.

Non sono solo i professionisti della fotografia e del videomaking che possono guadagnare grazie ai video.

Oggi, per chi sa capire i meccanismi del web, gli spazi di espansione sono esponenziali.

Quindi ogni appassionato può partire lavorando nel tempo libero e, se raggiunge risultati concreti, può mollare il suo lavoro principale, visto che di solito non lo ama mai quanto fare fotografie e filmati.

Il filmaker Ruggero Piccoli mentre riprende dei video di aerei militari e civili

La persona di cui vi voglio parlare adesso fa l’ingegnere, ma ha una grande passione per:

  1. fotografia e ripresa video
  2. aerei

Su questi suoi amori ha costruito un progetto di comunicazione che, per analogia, può essere estremamente interessante per chiunque voglia promuovere la propria Attività con filmati e fotografie.

Lui si chiama Ruggero Piccoli e potete leggere la sua storia completa in questa pagina.

L’equivoco della pubblicità su YouTube

Prima di parlarvi della sua esperienza, voglio però approfondire un aspetto legato a un altro grande equivoco, del tutto simile a quello degli influencer che i ragazzini (e purtroppo non solo loro) prendono ad esempio solo perché grazie alla loro popolarità scroccano le cene al ristorante.

Avrete sentito parlare della partnership di YouTube, ovvero del fatto che YouTube divide gli introiti della pubblicità che mette sui video con i creatori di quest’ultimi.

Senza che divago troppo, questa è la schermata che mostra quanto questa partnership ha generato con uno dei miei canali in un mese. Il canale è lo stesso che ha generato la vendita di 397 euro (di cui 375,21 guadagnati) riportata nello screenshot precedente:

Grazie alla partnership legata alla pubblicità che YouTube mette nei miei video, il canale ha incassato:

  • 381 dollari (prima delle tasse)
  • per 234 mila visualizzazioni

Faccio notare che il principale Paese da cui provengono le persone che guardano i video è il Paese più ricco del mondo, ovvero gli Stati Uniti:

YouTube paga cifre diverse in base al target degli spettatori. Questo significa che gli incassi medi a visualizzazione degli altri autori in alcuni casi sono ancora più bassi dei miei.

Il dato di fatto è:

non potete pensare di sostenere la produzione di video solo con le entrate della partnership YouTube

perché queste sono esageratamente basse e, per una qualsiasi azienda che vuole essere sana, non sono nemmeno da considerare come un’entrata da quanto esigue sono.

E qui vengo alla storia di Ruggero Piccoli che invece ha delle basi ben più solide, perché da YouTube ha guadagnato popolarità, non solo soldi, e ha convogliato la prima a sostegno del suo brand/prodotto per guadagnare in altri modi.

Considerato che tutto questo l’ha fatto nel tempo libero del suo lavoro da ingegnere, in una logica di impegno a tempo pieno mettere in piedi un sistema del genere può fare la differenza.

Con il suo canale YouTube:

  1. ha creato un prodotto, ovvero riprendere gli eventi aeronautici
  2. ha trovato un pubblico di gente interessata a quel prodotto

e raggiunto lo scopo (il prodotto e il pubblico), ha sfruttato la popolarità per guadagnarsi contatti nel settore, espandendo il progetto.

Oggi, grazie a YouTube, non ha nessuna difficoltà a farsi dare un accredito per riprendere i principali eventi al mondo e, probabilmente, un domani, con la crescita costante del pubblico che sta avendo, saranno proprio gli eventi stessi a chiamarlo e pagarlo per riprendere.

Niente male per chi ha cominciato tanti anni fa fotografando con la compatta 35 mm il piccolo aeroporto che aveva vicino casa.

Con questa storia, quello che voglio spiegare ai fotografi e ai videomaker è che se si proponessero alle aziende, non per fare:

  • foto da catalogo
  • video aziendali di tipo tradizionale

ma per fare una comunicazione a lungo termine che racconta l’azienda con il linguaggio di internet, i vantaggi economici che queste ne trarrebbero sarebbero enormi.

Il filmaker Ruggero Piccoli mentre riprende dei video di aerei militari e civili con il cavalletto e una Panasonic Gh4

E’ il momento buono per cambiare

Chiedo quindi a Ruggero un po’ di cose sfruttando la sua esperienza sia come produttore di microstock che come persona che ha usato i video e YouTube per dare visibilità alla sua attività:

Come sfrutteresti questo periodo per incrementare il business digitale con lo stock footage e per preparare la ripartenza di un business di stampo più tradizionale?

So che è molto difficile, che l’umore non è dei migliori e che stiamo facendo tutti un grande sforzo per adattarci alla nuova situazione. Di conseguenza restano poche energie da dedicare ad altro ma possiamo cambiare punto di vista e cercare di cogliere delle opportunità.

Il primo passo che conviene fare, o perlomeno quello che sto facendo io, è capire come riorganizzare il proprio tempo.

Una conseguenza positiva

La storia ci insegna che anche i periodi più bui lasciano qualcosa di positivo.

La prima conseguenza positiva è che il virus ha costretto molte organizzazioni a confrontarsi con il digitale in una misura mai precedentemente raggiunta.

In realtà sono anni che si parla di:

  • smart working,
  • digitalizzazione dei processi

ma se si attuassero realmente queste cose, si genererebbero benefici, per esempio, sul traffico e l’inquinamento.

Tanti ai tempi del virus sono corsi al riparo per implementare lo smart working nelle proprie procedure di lavoro, ma non è per niente facile perché è una cosa ben più complessa del comprare un portatile e attivare una VPN.

Se assieme alla tecnologia non si modificano:

  • i processi produttivi
  • i metodi aziendali

e non li si integra con gli opportuni strumenti digitali, le persone che prima entravano in ufficio interrompendo il tuo flusso di concentrazione, lavorando da remoto saranno interrotte da continue telefonate.

Bisogna cambiare la mentalità di lavoratori e dirigenti e non credo lo si possa fare in poco tempo. Però ci sono buone probabilità che i primi passi che si sono fatti durante il lockdown contribuiscano ad ammodernare l’italica mentalità e abbiano conseguenze positive anche nel post-emergenza.

Pavlov ci he insegnato che per cambiare un’abitudine è sufficiente ripetere la nuova per 21 volte. Il lavoro da remoto diventerà la nuova abitudine e molti chiederanno di poter continuare anche in periodi normali.

Lavorare da casa significa:

  • minori costi di viaggio
  • tempo in più per fare altro ogni giorno.

Talmente bello che paiono scomparsi anche gli anti-5G. Probabilmente stanno lavorando da casa e tribolando perché la connessione è lenta.

Formazione: come riuscire a fare le cose

Un primo suggerimento della serie seminare per il futuro è quello di investire nella propria formazione.

Ad esempio, studiare e iniziare ad applicare il GTD (Getting Things Done), un metodo di organizzazione del tempo messo a punto da David Allen e spiegato nel suo libro.

Io l’ho implementato usando un block notes che porto sempre con me per scriverci le attività appena mi vengono in mente, ma si può anche implementare con software come Asana o Trello.

Il GTD è efficace per tutte le organizzazioni, anche quando si deve coordinare un team di molte persone.

Promuovere i propri stock video sui social

Conviene sfruttare le opportunità di girare video con quanto disponibile in casa/studio rispettando sempre le prescrizioni delle autorità e passare al setaccio l’archivio per capire se abbiamo già materiale interessante.

A livello di promozione magari è arrivato il momento di iniziare a condividere i migliori video sui social che li supportano.

Videomarketing

Un domani (ma se vogliamo anche già oggi) i fotografi e, soprattutto, i videomaker non saranno più assunti da altri per fare la foto da catalogo una tantum, ma, all’interno della gran parte delle aziende con più di 5 dipendenti, ci sarà una persona che a tempo pieno farà comunicazione costante tramite fotografia e ripresa video.

Sarà molto meno costoso ed efficace fare così che mandare in giro un rappresentante.

Questa è la mia opinione, tu sei d’accordo?

Concordo al 100%.

Il video marketing funziona per promuovere molte tipologie di business. Mano a mano che le aziende lo scopriranno inizieranno ad assumere persone specializzate nella comunicazione in video. Nella nostra startup lo facemmo già nel 2012 e funzionò alla grande.

Con il video marketing puoi:

  1. trovare nuovi clienti per il tuo business,
  2. automatizzare certe attività di vendita e di formazione dei nuovi clienti.

Puoi creare dei video specifici per ogni punto di forza del tuo prodotto o servizio.

I video vanno poi caricati SU YouTube ponendo estrema cura ai metadati (titolo, descrizione, tags, ecc) in modo che si indicizzi il proprio contenuto al meglio per essere trovato dai potenziali clienti.

E’ molto importante inserire una call to action esplicita e precisa sia nel video che nella descrizione. Ad esempio invitando gli utenti a contattare l’azienda fornendo l’email o il link ad una landing page.

Come “riscaldare” i clienti in automatico

I video permettono di standardizzare ed ottimizzare procedure quali la dimostrazioni dei prodotti o la formazione dei nuovi clienti.

Le dimostrazioni seguono dei percorsi studiati a tavolino e pensati per mettere in luce i punti di forza dei prodotti: di conseguenza sono molto ripetitive. Registrare in video delle dimostrazioni standard permette di farle vedere ai potenziali clienti che le guarderanno in autonomia, facendo risparmiare all’Azienda un sacco di tempo.

E’ strategico partire da un’analisi dei problemi che il prodotto o il servizio risolve. Da li si elabora un piano editoriale con una sequenza di filmati da produrre e pubblicare.

E’ importante curare la qualità di ogni video: va sempre scritta una sceneggiatura con la sequenza delle scene da mostrare, i dialoghi e vanno ingaggiati doppiatori professionisti creando un audio di qualità.

Non è possibile saltare alcuni di questi passaggi. Evitare la sceneggiatura produce video pieni di ripetizioni, perché manca una sequenza logica precisa, con continui tentennamenti nel parlato. Il pubblico si stanca e abbandona la visione prima di arrivare alla call to action.

Bisogna evitare errori banali come l’inserimento di musiche protette da copyright che potrebbero causare la rimozione del video.

E’ un buon momento per pianificare i primi video da pubblicare. Conviene farsi trovare preparati al futuro.

Come se la passano i fotografi di Paese

Patrick Odorizzi, come tutti i fotografi e videomaker che hanno contribuito a questa pagina, è uno degli allievi del mio corso su come vendere foto e video online.

Il microstock è l’attività più facile per iniziare a guadagnare con la fotografia, visto che una buona parte delle conoscenze che servono per vendere è a carico delle agenzie, quindi per proporre lì i propri contenuti non serve essere esperti di comunicazione.

Con il microstock, i fotografi che non ne capiscono nulla di marketing e algoritmi non si trovano in balia di un mondo troppo difficile per essere compreso da zero.

Detto questo, il problema della scarsa predisposizione all’innovazione è una delle cause principali della crisi del fotografo italiano.

Patrick Odorizzi è un fotografo professionista di San Michele al Tagliamento, Comune che ai più non dice niente, ma che con la sua più nota frazione che si chiama Bibione ospita milioni di turisti ogni estate (5,3 milioni di presenze, ottavo Comune d’Italia per presenze turistiche dopo, nell’ordine, Roma, Milano, Venezia, Firenze, Rimini, Cavallino-Treporti e Jesolo, dati ISTAT).

Anche se i più non ci crederanno, San Michele al Tagliamento ha più presenze turistiche di Torino, Riccione e di tutti gli altri Comuni italiani ben più presenti nella narrazione giornalistica quando si parla di mete turistiche.

La maggior parte dei villeggianti che lo frequentano proviene dal Nord Europa. Quando tornano a casa diventano potenziali clienti persi, con uno spreco enorme di opportunità per un Paese come il nostro che è tra i primi al mondo per presenze turistiche.

Questo succede anche perché la mentalità del fotografo rivierasco è ancora quella del “faccio le foto alle famiglie in spiaggia”.

Chi ha passato una bella vacanza è predisposto a comprare prodotti italiani anche il resto dell’anno, se solo ne avesse la possibilità e se solo ci fosse  qualcuno a comunicarglielo.

C’è un negozio di abbigliamento del centro di Firenze, LuisaViaRoma, che sfruttando il negozio fisico ha costruito un ecommerce con 200 dipendenti e che fattura 130 milioni di euro l’anno.

Lo ha fatto con una semplice strategia:

  1. chiedere l’indirizzo email ai clienti che entravano
  2. offrire il reso gratuito.

Alla faccia di quelli che dicono che i grandi (Zalando, H&M, Yoox) si mangiano tutto il mercato.

L’idea che nessuno mi toglierà mai dalla testa, e d’altronde me l’ha confermato anche chi ha contribuito alla stesura di questa pagina, è che:

i fotografi e i videomaker che stanno soffrendo, finché il lavoro pioveva dal cielo facevano finta di non capire che il mondo stava cambiando.

Adesso che è sorto il problema, si ritrovano con l’acqua alla gola e, mi spiace dirlo, un po’ è anche colpa loro (ma c’è ancora la possibilità di cambiare rotta).

Patrick Odorizzi, come detto, lavora in un piccolo Comune con un’enorme vocazione turistica. Sono sicuro che tanti professionisti si ritroveranno in quello che dice:

Fino al 2018 la mia maggiore fonte di lavoro erano i matrimoni, ma poi ho visto un brusco calo (già il 70% in meno l’anno successivo).

Quindi ho iniziato a spingere di più sulla fotografia d’arredo e di architettura, settorI in cui avevo già delle esperienze pregresse, e sulla vendita personale di  immagini di paesaggio che realizzavo solo per passione, fino a quel momento.

Ho reagito al momento di sbando dovuto alla crisi per il COVID-19, in cui stavo per gettare la spugna, cercando nuove risposte personali/professionali alla situazione. 

Mi sono reso conto che il mercato non lo decido io, ma posso solo accoglierlo e capire come funziona. Quindi mi sono impegnato per capire quali fossero i miei punti deboli (il mercato digitale e internet), per colmarli e cercare nuove strategie per adattarmi alla situazione.

Ancora non ho una rotta definita a lungo termine. Da subito ho iniziato a studiare il web (marketing, ottimizzazione per i motivi di ricerca, keyword, ecc.) e l’aspetto di produzione video per le agenzie di stock. 

Pur essendo solo all’inizio di questo nuovo percorso, ho recuperato entusiasmo e voglia di crescere e cambiare.

Per quanto riguarda i colleghi della mia zona, molti stanno abbandonando, perché hanno improntato il loro lavoro sulla missione di essere il ”fotografo di paese”, cosa che non rende più, perché ormai lo smartphone ha preso il loro posto e i servizi di stampa online, per quei pochi clienti che stampano ancora, sono imbattibili.

Tanti non stanno cercando nuovi business e, in un periodo in cui i matrimoni calano come i ghiacciai, la fetta di torta si divide tra troppe proposte e i più aggressivi vincono.

Quindi tanti fotografi stanno chiudendo.

La mia, però, è una zona dove i giovani, anche studenti di altre discipline, ma più predisposti alle tecnologie del web, indipendentemente dalla capacità fotografica che hanno, riescono a fare soldi.

I fotografi tradizionali puntano invece ancora molto sulle fiere, o al massimo puntano sulla pubblicità, ma lo fanno in un modo che costa una follia e non porta a niente. 

Non conosco il caso specifico a cui si riferisce Patrick quando parla dei fotografi che puntano sulla pubblicità. Dialogando spesso con i professionisti che scoprono il mio sito e a cui cerco di spiegare un po’ di strategie per rinnovare la loro professione, salta sempre fuori il fenomeno che mi dice qualcosa del tipo:

Ma io uso Google Adsense da 15 anni!

A quel punto allora gli chiedo: e quante persone di quello che arrivano nel tuo sito con Google Adsense diventano tuoi clienti?

E lui cade dalle nuvole, come a dire: ma si può fare?

E’ molto facile buttare i propri soldi su uno strumento che dà la presunzione dell’innovazione. Il problema è combattere la pigrizia che impedisce di perdere 5 minuti per imparare come testare (gratuitamente) come stanno andando le proprie campagne pubblicitarie e modificarle di conseguenza per vendere di più.

Questo vale non solo per Google Adsense, ma per ogni pubblicità su internet. Per i video su YouTube e per ogni social network. Se non si ha l’umiltà di imparare a usarli, o quanto meno di pagare qualcuno che lo sappia fare per noi, allora tanto vale:

  • andare a vendere Motorola StarTAC
  • aprire un negozio di videocassette
  • vendere pellicole fotografiche
La fotografa Diana Crestan mentre immortala un paesaggio nevoso sulle Alpi

Fotografare per booking.com: Diana Crestan

Diana Crestan è una fotografa Friulana con diverse esperienze nel mondo della fotografia. Ma ci spiega tutto lei:

Ho collaborato con booking.com.

Ho fatto servizi matrimoniali che però sono calati drasticamente e che, a dirla tutta, sono stufa di fare.

Inoltre organizzo, insieme al mio compagno, editore di libri fotografici, un concorso di fotografia naturalistica e il relativo festival (biophotocontest.com), ma forse è più la fatica che la soddisfazione.

E vendo le mie foto nei microstock, senza guadagnare molto, ma devo anche dire che dedico poco tempo a quell’attività.

Il periodo surreale del lockdown dovuto al virus mi ha fatto riflettere e mi sono tornate in mente alcune parole che Daniele ha pronunciato in un video. Diceva che lo stock footage permette di non essere in balia dei clienti e di essere liberi (liberi che non vuol dire non lavorare).

Da quella volta ho deciso di utilizzare il mio tempo libero per studiare il corso sul microstock di Daniele e lavorare seriamente alle stock images e allo stock footage.

Io non mi lamento. Ogni volta che qualche cosa va storto prima mi arrabbio, poi faccio il broncio e quando mi passa mi dico:

Ok. Che posso fare ora?

Parole sante Diana. Riprendo a scrivere io.

Il punto di partenza razionale per ogni fotografo, videomaker o per chiunque voglia lavorare grazie a internet deve essere:

il digitale non è la soluzione a tutti i mali, per quanto sia lo strumento più efficace della storia per iniziare a migliorare la propria professione.

Lo dico perché:

  1. Tutti a un certo punto provano a fare qualcosa con internet.
  2. Si improvvisano esperti.
  3. Non combinano nulla e allora iniziano a pensare che tutta la tecnologia sia una fregatura.

E’ la vecchia storia per la quale Amazon uccide i negozianti, quando invece i negozianti, se solo studiassero come fare, grazie ad Amazon potrebbero vendere i loro prodotti in tutto il mondo, con spese molto più basse di quelle che hanno per mantenere un negozio fisico.

Restando in argomento giganti del web, Diana ha detto di lavorare per booking.com. Le chiedo qualche notizia in più.

Qualche anno fa booking.com ha messo un annuncio su Linkedin, a cui ero già iscritta. Cercava fotografi in Italia, a condizione che avessero la partita IVA ed esperienza in foto d’interni e di viaggio.

Ho risposto inoltrando il mio curriculum, rigorosamente in inglese, e presentando un portfolio. Quindici giorni dopo sono stata felice di scoprire che il mio lavoro era piaciuto e che, se avessi accettato il contratto, sarei entrata a far parte del loro team di fotografi.

Dopo un po’ è arrivato il primo incarico: fotografare un hotel non lontano da casa mia, visto che avevo dato la disponibilità a spostarmi entro 100 km, considerato che le spese di viaggio sarebbero state a mio carico.

I successivi incarichi sono stati di fotografare zone turistiche o città dove c’erano strutture che proponevano nel loro sito.

Ho apprezzato molto il loro modo di lavorare. Avevo delle linee guida da rispettare sia come tecnica fotografica che come consegna di immagini e comportamento da tenere quando mi presentavo come fotografa di booking.com.

Questo mi ha permesso di lavorare in modo serio, sentendomi parte dell’azienda, senza nulla togliere al mio modo di fotografare.

Anche a livello di comunicazione interna avevo una persona di riferimento che è sempre stata positiva.

La parte economica inizialmente non è granché, ma se si dimostra di saper fare e di rispettare le loro linee guide dando quello di cui hanno bisogno, aumenta con il tempo.

Ora non ricevo più incarichi, semplicemente perché ho già fotografato quello che c’era nella mia zona. Purtroppo. Ma rimango in attesa. Hanno sempre nuovi progetti in cantiere, ma spesso la Regione dove vivo (il Friuli) è tagliata fuori.

Con il digitale molti pensano che sia tutto più facile e che basti mettere qualche foto online per guadagnare senza far fatica. Fosse così saremmo tutti ricchi.

Le foto che ho venduto nei microstock o l’acquisizione di nuovi clienti me li sono guadagnati con la fatica. Con lo studio in primis. E ho dovuto cambiare il mio modo di pensare.

La fotografia continua ad essere un mezzo potente di comunicazione.

Mi sono proposta come fotografa in alcune aziende agroalimentari della mia zona, immortalando gli ambienti e i loro prodotti. Vedere che grazie alle mie immagini e ai miei consigli su come gestire la pubblicità e la grafica hanno aumentato i loro clienti, mi fa capire quanto la comunicazione per immagini sia importante per un’azienda.

La gente è colpita da una foto e se tramite questa riusciamo a catturare l’attenzione abbiamo venduto anche il prodotto.

Grazie Diana per la tua testimonianza.

Vendere libri su Amazon

Riprendo a scrivere io, Daniele Carrer.

Dieci anni fa la strada che doveva percorrere chiunque volesse pubblicare un libro era di impiegare mesi per proporsi alla case editrici.

Un periodo infinito trascorso tra:

  • colloqui inutili
  • ricerca del contatto giusto
  • interminabili attese di risposte che non arrivano mai.

In un settore, e in un Paese, fortemente predisposto alle raccomandazioni, se appartenete a quella parte sana che invece crede nella meritocrazia, passare per un tale supplizio è quanto di peggio esista.

Nel caso (improbabile) che il vostro manoscritto fosse piaciuto a qualcuno, la parte di royalty a voi corrisposta sarebbe stata (ed è tutt’ora, per chi vuole seguire quella strada) inferiore al 10% del prezzo di copertina.

Considerato poi il tasso di fallimento delle piccole case editrici (quelle a cui possono puntare gli autori alle prime armi), non era nemmeno detto che quella misera percentuale alla fine vi sarebbe stata pagata.

Alcuni, sfruttando il desiderio di certe persone di vantarsi di aver pubblicato un libro, proponevano un servizio per il quale gli stessi potenziali autori anziché essere pagati per pubblicare, dovevano pagare per farlo.

Questi erano i soggetti tanto decantati come lo scrigno culturale del Paese:

  • falliti (e quindi sfruttatori, perché non pagavano chi aveva lavorato per loro)
  • truffaldini (perché vendevano a degli sprovveduti il sogno di diventare autori, né più né meno di quello che faceva Wanna Marchi).

e, in generale, imprenditori incapaci che portano solo miseria alla società.

Cos’è Amazon KDP

Vi spiego invece cosa può accadere oggi, grazie alla tecnologia e proprio a quei cattivoni di Amazon.

Prendete le vostre 100 foto migliori, datele a un freelance che trovate su Fiverr e quest’ultimo, in cambio di 10/20 dollari, ve le impaginerà per permettervi di vendere il vostro libro su Amazon (il loro programma di pubblicazione di libri si chiama KDP e lo trovate spiegato in questa pagina).

Una settimana dopo, o forse anche meno, avrete in vendita il vostro libro, ebook e cartaceo, nel negozio più grande del mondo, ricevendo royalty che variano, ma che difficilmente sono meno della metà del prezzo di copertina.

Naturalmente, se fate le cose in maniera così semplice, la triste realtà è che non venderete nemmeno una copia.

Il motivo è sempre lo stesso: avete il prodotto, ma non il pubblico.

Se il vostro prodotto è un libro di fotografie, l’unico modo per venderlo è, tanto tempo prima di pubblicarlo, creare un sito per fare in modo che la gente cominci ad apprezzarvi come fotografi. Per riuscirci, purtroppo, non basta fotografare, ma bisogna capirne anche di cose che gli artisti della fotografia mal sopportano:

  • ottimizzazione per i motori di ricerca
  • WordPress
  • autoresponder
  • funnel

e, se volete che tutto sia più facile, iniziare a pubblicare video su YouTube con:

  1. I backstage dei vostri set,
  2. Interviste dove spiegate i vostri scatti,
  3. Tutorial dove insegnate agli altri a fotografare.

Se poi volete fare un passo avanti, prendete una Gopro, Dji Osmo Pocket o anche solo il vostro smartphone e cominciate a documentare le vostre giornate lavorative. Se credete che siano noiose, vuol dire che non ne capite tanto di montaggio. Il ché è legittimo, ma basta farsi un corso da 15 dollari su Udemy per iniziare a risolvere il problema.

Se una volta arrivati su Udemy vi sentite spaesati perché non capite la lingua, significa che il primo corso che dovete fare è proprio quello di inglese. In tal modo vi sarà più facile rendere i vostri prodotti disponibili in un mercato 100 volte più grande di quello italiano, e quindi meno soggetto alle perenni crisi economiche (e non solo) del Bel Paese.

Anche se molti identificano internet con Facebook, in realtà su internet c’è la soluzione alla maggior parte dei problemi che avete.

Chiudo questa guida con un aneddoto proprio relativo alla sua stesura.

Nel ringraziare tutti coloro che hanno condiviso la loro esperienza, Damiano Buffo (il fotografo a bordo campo che vedete sopra) mi parla di un’idea che ha avuto: la pubblicazione di una guida per turisti che arrivano nella sua città, Verona. E di un progetto ad essa collegato di organizzare dei tour guidati.

Premetto che apprezzo tantissimo tutti quelli che lavorano per creare da zero un prodotto da vendere. Tanti di loro ci riescono semplicemente frequentando di meno:

  • i social network
  • la televisione spazzatura

(sappiatelo voi che non trovate mai il tempo per fare qualcosa di nuovo).

Io di progetti del genere ne sento tantissimi, perché è molto facile farsi venire un’idea al bar, ma è difficile impegnarsi mesi a realizzarla.

In realtà quella di Damiano non è solo un’idea, perché ha già lavorato alla realizzazione di:

  • foto
  • testi
  • illustrazioni

e, ahi per lui, anche alla parte burocratica e a quant’altro serve per pubblicare in maniera tradizionale un prodotto editoriale del genere.

A quel punto gli chiedo:

ma perché non vendi la guida su Amazon, visto che hai speso un sacco di soldi per farla tradurre in inglese?

La sua risposta è che non è nel formato richiesto da Amazon.

Per risolvere il problema serve molto meno dei mesi in cui ha già lavorato alla creazione del prodotto.

Basta infatti:

  • andare su Fiverr
  • spendere 20 dollari
  • trovare un freelance che fa quel lavoro (ce ne sono centinaia)

A quel punto un prodotto editoriale costato tanta fatica può essere venduto in un sito che ha 500 milioni di clienti registrati.

Tale mercato, in questo caso, non ha nemmeno il limite della consegna fisica, visto che c’è nel formato ebook, e anche nel caso di quello cartaceo, essendo stampato on demand Stato per Stato, non ci sono limiti legati alla distanza tra magazzino e cliente.

Cosa bloccava quest’ultimo scenario dal verificarsi?

20 dollari e la conoscenza di un sito internet.

Sono convinto che la gran parte delle aziende italiane, quanto meno il 90% di quelle B2C, abbiano dei prodotti migliori di quanto credono. Questi magari sono costati anni, o forse generazioni intere, di impegno.

Quello che separa tante di queste imprese dall’invadere il mondo con la qualità già in loro possesso, è l’ignoranza che esistono dei piccoli strumenti che nel digitale sono alla portata di tutti e che permetterebbero loro di passare:

  • da un mercato di Paese
  • al mercato globale.

Se un’azienda spende 10 mila euro per fare un sito internet in Italiano, la mentalità che vige dalle nostre parti è quella di non spenderne altri 500 per tradurlo in inglese.

La maggior parte degli imprenditori non lo fa perché è spaventata dalla gestione dei clienti esteri, manco fossero navigatori che varcano le Colonne d’Ercole. Questo è anche colpa di chi non ha spiegato loro quanto facile sia oggi fare quel passo.

Sarà anche vero che l’antidoto a tutti i problemi dell’economia non è pubblicato su Fiverr, ma se quei fotografi che lavorano ancora con i metodi di una generazione fa si convertissero ad ambasciatori che spiegano agli imprenditori che con foto e video possono raccontare al mondo la qualità di quello che vendono, allora avremmo risolto tutti i nostri problemi.

Fate un bel respiro. E adesso tutti al lavoro e a studiare.

Daniele Carrer