Fare gli artisti della fotografia è il sogno di tanti. Da ragazzino non mi scostavo tanto da quel desiderio, perché sognavo di diventare regista. Dietro alla scusa di produrre dei film che avrebbero migliorato l’Umanità, si nascondeva un banalissimo desiderio egoistico di fare una vita migliore degli altri:

e senza le fatiche del mondo reale che era fatto di persone che ogni mattina si alzavano per fare qualcosa di molto diverso da quello che avrebbero fatto senza la necessità di uno stipendio.

Il DAMS e gli altri

Quando a 19 anni ho smesso di studiare si faceva avanti a fianco a me quella categoria di miei coetanei che, spesso incoraggiata dai genitori, si iscriveva al DAMS, ovvero la più grande fabbrica di disoccupazione d’Italia. Oggi, un paio di decenni dopo, quegli stessi artisti, che si sono di sicuro divertiti un sacco nei loro anni universitari a differenza mia che mi sono trovato un lavoro che non era quello del tema “cosa farai da grande”, nella migliore delle ipotesi, alle soglie dei 40 anni vivono in una casa condivisa con persone che nemmeno conoscono o, peggio ancora, si fanno mantenere da mamma e papà. Perché studiare fotogrfia al DAMS o regia la Scuola Nazionale di Cinema rappresenta un vanto da esibire nel proprio profilo Facebook, ma dal punto di vista professionale, lo possono confermare quei pochi che davvero lavorano nel campo:

non serve a nulla.

Il diritto divino di essere artisti della fotografia

Tutti noi saremmo artisti, se avessimo i soldi per farlo. Devo ancora conoscere un operaio tra i milioni che vivono in questo Paese e che si alzano all’alba ogni mattina per spaccarsi la schiena per 1000 euro al mese che, potendo vivere esprimendo la sua creatività, continuerebbe a fare la vita che fa. Il concetto che mi manca di capire e che nessuno di quelli che tutela quella parte della mia stessa generazione di quarantenni che, con o senza Laurea al DAMS, si lamenta dello Stato che non dà loro il lavoro che vogliono, è:

perché loro devono essere privilegiati e gli altri no?

Non sono direttore della fotografia, ma i soldi li porto a casa

Nel creare ill mio corso, ho passato mesi a riguardare le riprese che ho fatto negli ultimi 10 anni. Non ci crederete, ma ne è uscito, nella tranquillità della scrivania da cui monto i filmati, un filmaker a prima vista mediocre:

Ad un certo punto, anche se solo per un attimo, sono andato in crisi e mi è venuto addirittura da pensare di non essere all’altezza della situazione per insegnare agli altri cosa produrre, visto che io per primo non sono sempre riuscito a portare a casa un contenuto di qualità.

Succede a tutti prima o poi. E’ come il Papa che in un’udienza ha dichiarato che ogni tanto gli vengono dei dubbi di fede. Succede a quei grandi registi malati di perfezionismo che probabilmente dietro al loro continuo posticipare la fine della lavorazione del film che avevano in progetto, nascondono la consapevolezza di non essere all’altezza dei loro tempi migliori. Succede a tutti i grandi maestri della fotogrfia.

Forse sono esenti da questa situazione solo quelli che se ne vanno prima del tempo, evitando:

Il microstock come un business

L’errore è intendere il microstock come un’arte. Il microstock invece è un lavoro, è ottimizzare il proprio tempo per guadagnare più possibile, e io sono l’unico o forse uno dei pochi in Italia, che ne trae uno stipendio ogni mese, quindi ho titolo per parlare ed insegnare. Ve la spiego meglio:

Microstock di Piazza Maggiore a Bologna

Questa inquadratura, non è una fotografia ma il fotogramma di un video. Lo so che è sbagliata, visto che non rispetta le regole di composizione.

C’è troppo cielo sopra al palazzo e chiunque sia un minimo appassionato di ripresa sa che è così e non ci sono giustificazioni che tengono. Quel video, però, è frutto di una seduta di registrazione di microstock, ovvero di un lavoro nel quale la tecnica è solo uno degli elementi in gioco quindi, volendo trovare un motivo all’errore, non è l’ignoranza, visto che io che l’ho creato sono consapevole della cosa, ma il contesto in cui è nato.

La storia che c’è dietro

Un giorno decisi di cambiare obiettivo per passare ad un:

lente gloriosa e già da anni fuori produzione, ma di qualità, si dice, inarrivabile anche ai modelli che l’hanno sostituita. In un sito di vendita di materiale usato trovai un’occasione a Bologna. Il prezzo giustificava ampiamente il costo del biglietto del treno e il tempo per andare a prenderlo e, non essendoci nella piattaforma un sistema di feedback a garanzia dell’acquisto, non potevo fare altrimenti.

Non avendo mai registrato footage in città quindi, da imprenditore, per ottimizzare le spese decisi di mettere in piedi in un paio d’ore un programma di produzione e di sfruttare lo stesso viaggio per registrare microstock. Lavorare in fretta, significa sbagliare facilmente. Ora ne esco con una massima da Capitano d’Industria alle soglie della pensione:

nel lavoro non sbaglia mai solo chi non fa nulla.

Gli incassi

Io ho tecnicamente sbagliato, ma ho guadagnato quello che vedete negli screenshot qui sotto, e sono sicuro che alla lunga, con quella seduta di ripresa mi ripagherò anche quel magnifico 17-35 serie L. Questo è quello che ho portato a casa su Pond5 (il mio incasso è metà della cifra riportata):

Guadagni di video registrati a Bologna

E questo su Shutterstock (il mio incasso è la cifra riportata):

Guadagni di video registrati a Bologna Guadagni di video registrati a Bologna

Tutte cifre che aumenteranno ancora in futuro, per il concetto di rendita passiva.

Quell’inquadratura in Piazza Maggiore, a livello di fotografia, è un compromesso, come tutte quelle create per il microstock. Era aprile, e ad aprile, anche tracciando il sole, l’ombra è in quella posizione e, per la scelta del male minore, chiunque riprenda il palazzo è costretto ad alzare la macchina fotografica per evitare di avere una parte della ripresa troppo scura.

La quite della stanza

Nella quiete della mia stanza, potrei anche dire che bastava avvicinarsi un po’, visto che non ci sono controindicazioni orizzontali nel farlo. Però, pur non ricordandomi bene, sono sicuro che sul posto c’era qualche altro impedimento:

Non lo so e non mi ricordo, ma i puristi fanno presto a dire:

l’inquadratura è sbagliata

A giugno il problema non ci sarebbe stato, perché le ombre si allontanano di meno dai soggetti che le provocano essendo la parabola del sole più alta. Probabilmente quindi avrei potuto creare la ripresa perfetta.

Ma cosa potevo fare? Chiedere di posticipare l’incontro di due mesi e rinunciare ad una lente che potevo usare dal giorno successivo?

Un artista della fotografia che ha tanto tempo da perdere forse l’avrebbe fatto, ma chi produce microstock non è un artista, è un imprenditore.

Michael Jackson

Fotografia stock dell'insegna di un teatro a Piccadilly Circus, Londra

Vi faccio un altro esempio che mi è capitato per mano proprio mentre chiudevo una delle ultime lezioni del corso.

Piccadilly Circus, Londra. Dopo aver ripreso il luogo, mi allontano di una cinquantina di metri ed entro nella strada che porta a Leicester Square, che è un po’ la Broadway londinese: piena di teatri che, in questi ultimi anni, spesso mettono in scena musical. A quel punto, bisogna prendere una decisione che col tempo, se imparerete il lavoro, sarà talmente automatica che nemmeno vi accorgerete di averla presa:

che soggetto voglio riprendere?

La Città?

No, essendoci contesti molto più rappresentativi per farlo. In quel posto mi interessa:

che diventa il soggetto principale e voglio che chiunque cerchi:

nei motori di ricerca delle Agenzie si trovi davanti al mio video. Quindi devo creare un’inquadratura in funzione di questo, non della fotografia da esporre ad un meseo. Lo faccio apparentemente sbagliando, perché il tabellone è lontano e:

sono coperte da un lampione. Mentre registravo lo sapevo ma, come sempre, ho scelto di portare a casa un contenuto impreciso, ma che mi ha impegnato solo due minuti, trovandomi (casualmente) nel percorso che avevo stabilito nella mia scaletta.

Lasciare il teleobiettivo a casa

Perché era lontano?

Perché da un po’ ho deciso che è molto meglio:

visto che se lo portassi con me, tra perdite di tempo per montarlo e maggiori fatiche per il trasporto, causerebbe più svantaggi che vantaggi. Decisione da imprenditore che farebbe inorridire qualsiasi maestro della fotografia.

Sulla scritta coperta, francamente non mi ricordo cosa sia successo, posso ipotizzare ci fosse un ostacolo qualche metro più dietro (magari una strada). O forse ero talmente stanco da non essermi accorto del problema (un effetto collaterale già previsto nella decisione di fondo di registrare così tanto).

Come in tutti i lavori, ci sono decine di variabili da conciliare e il modo migliore per affrontarle è

come se ci si trovasse in un videogioco e al contrario di quello che succede in politica dove, per accontentare tutti, si è ridotta l’Italia in questo modo.

La necessità di guadagnare

Daniele Carrer durante una ripresa di microstock nella East Side Gallery a Berlino

Nel produrre microstock so di non aver dato il meglio della mia parte artistica. Gli artisti sono quelli che prendono l’aereo per scattare una sola foto. Io a Londra, l’ultima volta che ci sono andato, ho prodotto tonnellate di contenuto, dalla mattina presto fino a notte fonda. Ho portato con me solo due lenti per:

  1. essere leggero
  2. riuscire a camminare di più.

Ho scelto una casa in centro, rinunciando al bagno in stanza, visto che a parità di budget, per avere più confort, sarei dovuto andare troppo fuori perdendo la possibilità di fare alcune riprese.

Non ho registrato hyperlapse perché ho preferito registrare 5 time lapse nello stesso tempo che avrei impiegato per crearne uno solo in movimento. Conoscevo:

e in base a tutte queste considerazioni ho fatto solo scelte consapevoli. Avere un progetto che non lascia nulla all’improvvisazione è il mio segreto. Sono:

Perché senza studiare non si vende nei microstock

Il microstock è:

E’ un lavoro che ti arriva all’improvviso in quello che fino ad un minuto prima era un periodo morto della tua professione principale, obbligandoti a scegliere se rimandare la seduta di riprese stock che avevi previsto o scendere a compromessi provando a fare le stesse cose in metà del tempo. Queste sono considerazioni che gli artisti non comprenderanno mai, come, solo per un attimo, nella tranquillità della mia stanza di montaggio del corso, è capitato anche a me.

Non è la Rai

Nella mia adolescenza mi ricordo di una discussione con un amico sul fatto che lui sosteneva che i dischi migliori erano quelli in cima alle classifiche. Parlo degli anni di massima popolarità degli 883 e, per citare il peggio del peggio, il periodo in cui le ragazze di “Non è la Rai” avevano una compilation fissa nella hit parade, mentre contemporaneamente alcuni gruppi alternativi e tecnicamente dotati li conoscevamo solo io ed un paio d’amici coi capelli lunghi.

Nelle Agenzie c’è un metro di paragone altrettanto palese degli album venduti, ovvero i guadagni. Non esistono fotografi o filmaker che perdono tempo per caricare il loro contenuto lì per spargere la loro arte, visto che da quel punto di vista ci sono altri luoghi per farlo. Il microstock che non vende non è come un disco anticommerciale dei Radiohead, è semplicemente il frutto di una persona incapace perché non ha studiato e pretende che il mondo si pieghi alla sua volontà.

Essere dei produttori di microstock, non vuol dire tarare la propria giornata lavorativa per essere tecnicamente ineccepibili. Significa invece:

Io, lavorando su tutte queste cose, ci sono riuscito a farlo diventare un lavoro, alla faccia degli artisti della fotografia che a quarant’anni prendono ancora la paghetta dai genitori e si lamentano che l’Italia non è un Paese per loro. Per fortuna che non lo è.

Daniele Carrer

Daniele Carrer durante un tutorial su come vendere le proprie foto

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