Tutti voi fotografi avrete vissuto di sicuro questa scena:
- state girando per una grande città
una di quelle piene di turisti con la reflex al collo.
La maggior parte di questi non sa fotografare. Lo si vede:
- da come si muovono
- dal tipo di obiettivo che hanno montato (che è molto spesso il 18/55 che si trova in dotazione nei modelli economici).
L’esperto che usa quella lente è come l’intenditore di vini che dice che il Tavernello da un euro al litro è buono:
- il 90% degli Italiani, se non avesse la spia del prezzo, gli darebbe ragione
ma l’enologia è una scienza millenaria e non è compatibile con tali pensieri.
L’arroganza dei fotografi
Ad un certo punto, voi fotografi veri con il vostro:
- Nikon
- Canon
rigoraosamente originale, che non è di certo il fondo di bottiglia che si trova nei kit delle reflex base, incrociate un vostro simile.
Ci sono due modalità di persona che si possono incontrare in quella situazione:
- quella sorridente che vi guarda come se foste suoi commilitoni e che, anche senza parlare, riesce con l’espressione a stabilire un’empatia che da sola vi migliora la giornata
- quella che fa finta di niente, quasi a voler stroncare sul nascere ogni eventuale contatto verbale (come se gli altri morissero dalla voglia di rivolgergli la parola), ma nell’atto di incrociarvi abbassa gli occhi per una frazione di secondo per guardare la lente che avete montata, alla cui vista produce uno sguardo quasi di disprezzo.
Essere fotografi per diritto di nascita
Francamente non ho mai capito fino in fondo se significhi:
in confronto al mio il tuo comunque non vale nulla
o
che mondo triste quello che dà il potere alla gente come te.
Ho sempre creduto che la qualità media della persona/fotografo sia nettamente migliore di quella della persona/media. Quando parlo, non sono un politico che deve accontentare tutti, quindi non faccio la classica premessa figlia di questi tempi:
ovviamente non tutti i fotografi sono così bravi e non tutti i non fotografi sono così cattivi
perché non mi interessa navigare nella mediocrità delle parole che, per fuggire alle polemiche, giungono alla ben peggiore conseguenza di non dire nulla.
I fotografi a volte mi insultano
Portare avanti un sito con questi toni implica ricevere, accanto a tante testimonianze di gratitudine, almeno una mail al giorno di utenti scocciati, che sono talmente pieni di sé stessi che, anziché spiegare il loro dissenso in un sano dialogo dove ognuno prova a spiegare le proprie ragioni, si limitano ad insultare.
Inizialmente questo può dare molto fastidio, il problema però per quelli che mi vogliono del male, è che l’inaugurazione della mia fase di interazione su internet è un messaggio datato inizi del millennio.
Lo vedete qui sotto:

Parliamo di prima della nascita di Facebook che, volendo trovare una cronologia all’antropologizzazione, rappresenta il passo inaugurale in grande stile dell’era dell’offesa libera.
Sono vaccinato
e non esiste persona con più anticorpi di me proprio perché l’antenato di Youtube in Italia era quel sito. Per una serie di motivi non necessariamente legati al merito, ero il creatore di contenuti più sotto i riflettori e di conseguenza quello più odiato dalla categoria dei registi amatoriali che, in quanto “artisti”, riproducevano, in una sorta di guerra tra poveri, le dinamiche di invidia e altezzosità tipiche degli ambienti culturali che contano.
I registi sono anche peggio dei fotografi

Nel gennaio 2001 partecipai a Ferrara ad un Festival che si chiamava Officine Italia. Dal punto di vista della cerchia dei partecipanti era il peggio che una persona nuova del settore (all’epoca ero il più giovane dei selezionati) poteva trovare, perché per essere lì si doveva già aver vinto un altro concorso per cortometraggi del circuito ARCI.
In altre parole: gli autori presenti a quella serata, che già per loro natura appartenevano alla categoria dei presuntuosi, erano dotati per l’occasione anche di un (piccolo) motivo certificato per esserlo. Appena arrivato in sala, per motivi anagrafici, tanti mi presero subito in simpatia. Non era un’epoca di video online, quindi per loro ero solo un regista ventitreenne con un’opera che non avevano mai visto.
A proiezione terminata, visto che eravamo seduti nel silenzio della sala, un po’ ingenuamente non ebbi percezione diretta di nessun cambiamento di prospettiva nei miei confronti. Da odierno uomo di mezza età però sono sicuro che già da lì, vista la forte sperimentalità del lavoro che avevo presentato, la simpatia iniziò a trasformarsi in diffidenza e invidia rancorosa.
La cena peggiore della mia vita
Quel Festival, grazie al coraggio della Giuria, lo vinsi io. Nella cena che ne seguì mi ricordo che arrivai per primo e mi sedetti normalmente ad un tavolo. Da lì in poi, gli altri registi cominciarono ad evitarmi come la peste, all’inizio pensando un attimo al da farsi, poi, mano a mano che i partecipanti arrivavano, con la convinzione sempre maggiore di chi, trovando sostegno nei suoi simili, dimostrava il suo dissenso con un atteggiamento da bambini che alla mensa della scuola non fanno sedere a fianco a loro il secchione di turno perché sono convinti di essere un gradino sopra.

Questo per dire che, sia che si tratti di:
videomaker che sfogano la loro rabbia di perdenti ad un festival facendo i bulli
fotografi dai lunghi obiettivi che sentono di essere le uniche persone che hanno il diritto di riprendere il mondo
la mentalità verso cui ti indirizza l’esercizio del mezzo filmico non cambia. Questa può essere solo mitigata dallo sforzo di essere migliore, nello stesso modo in cui se una persona educata si ritrova con una cartaccia in mano la mette dentro ad un cestino, anche se l’istinto dell’uomo pre-civilizzato sarebbe quello di buttarla per terra.
Alcuni fotografi non si sporcano le mani con il microstock
In tali umanità artistiche ci sono diverse reazioni di fronte alla vendita di microstock. La più comune è quella di chi, ritenendosi molto bravo (e magari essendolo veramente), alla fine si lascia convincere a provarci ma, di fronte a risultati poco edificanti, bolla il settore come una stupidaggine per adolescenti. Come facevano i vecchi capitani d’industria con il business legato ad internet. O come quegli amichetti che da bambini portavano il pallone e quando perdevano minacciavano di andarsene.
In realtà, tornando al microstock, il segreto dell’insuccesso è di una semplicità unica:
la qualità tecnica è solo una piccolissima parte di quello che serve per vendere
Quindi capita che un ragazzino con la reflex dotata dell’obiettivo che ho denigrato all’inizio, faccia numeri migliori del fotografo con 40 anni di esperienza, semplicemente perché il primo, da un rapido giro nel motore di ricerca di Pond5, ha ricavato le informazioni che gli servono per capire cosa vuole il mercato, come insegno a fare nel corso.
500 milioni pagati da Shutterstock

Nella homepage di Shutterstock oggi c’è un messaggio che passa inosservato ai più, ma che da solo può modificare il futuro di chi vuole esercitare la professione.
Shutterstock ha clienti da più di 150 Stati e ha pagato più di 500 milioni di dollari ai suoi contributori.
Considerato che a quest’ultimi rimane solo il 30%, è evidente che abbiano superato il miliardo e mezzo di dolari di vendite. E non è l’unica Agenzia.
E’ vero: ci sono decine di migliaia di produttori che hanno materiale in quella collezione e, se la torta fosse divisa in parti uguali, solo da quel sito, avrebbero guadagnato solo qualche migliaia di dollari a testa. Tale proporzione, rapportata al mondo del calcio, sarebbe però come dividere gli stipendi dei calciatori di serie A per il milione 300 mila tesserati che ci sono: non ne esce nemmeno una paga da operaio.
Sta a voi decidere con chi stare:
- con quelli che trovano giovamento nel sentirsi migliori degli altri perché hanno un obiettivo più grosso o perché fotografano da quando il malcapitato che hanno di fronte portava i pannolini
- on quelli che sanno adattarsi, studiare e mettere le loro competenze a frutto in un mondo che cambia. Io, con questo sito, sto solo da una parte.
Daniele Carrer

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