Guadagnare con Youtube è alla portata di tutti. Il campo è vasto perché per guadagnare si può anche intendere una remunerazione oraria da far sembrare ricco o un rider. Se invece il vostro scopo è fare la vita che gli sportivi di successo sbandierano su Instagram, vi conviene piuttosto andare a tirare calci a un pallone al campetto, perché è statisticamente molto più probabile fare i soldi in quel modo che con YouTube. 

La premessa è che parlo con cognizione di causa, perché da anni ricevo soldi grazie alle pubblicità che YouTube (Google/Alphabet) inserisce all’interno dei filmati che pubblico. Se volete fare lo stesso, la strada è aperta a tutti e, da professionista del settore video, aggiungo anche che, vedendo quello che fanno la maggior parte dei creatori di successo, non è nemmeno necessario essere dotati di chissà quali conoscenze tecniche per riuscirci.

C’è però un problema che non si menziona mai in quei fantastici articoli dove sembra che sia tanto facile per i ragazzini improvvisati che raccontano i fatti loro con lo smartphone in verticale diventare milionari.

Per spiegarlo mi baso sui dati e per questo vi chiedo di guardare i due screenshot qui sotto, tratti dagli analytics del mio canale YouTube principale:

Analytics di YouTube relativi alle statistiche 2023
Analytics di YouTube relativi alle statistiche 2024

Nel primo ci sono le statistiche del penultimo anno solare: 2,8 milioni di visualizzazioni, 125.200 ore di filmati guardati, 9 mila nuovi iscritti e 5.096 euro guadagnati.

Nel secondo quelle dell’ultimo.

Il primo dato, interessante, ma che non approfondirò adesso, è che nonostante nel frattempo io abbia caricato centinaia di nuovi video i numeri sono inferiori: 2 milioni di visualizzazioni, 70.200 ore di filmati guardati, 5.400 nuovi subscriber e 4.267 euro guadagnati.

Stiamo parlando di un canale già all’epoca con più di 100.000 iscritti. I guadagni indicati sono lordi. Se si vuole fare un’analisi seria, da questi vanno prima sottratte le spese e, sulla rimanenza, vanno pagate le tasse.

So bene che chi mangia ancora a casa dei genitori possa pensare che cifre del genere corrispondano a un incasso interessante, ma la realtà del business è diversa. Anche vedendo l’attività dello youtuber come un modo per arrotondare lo stipendio, quello che resta delle entrate pubblicitarie di un canale come il mio alla fine è talmente poco che, se lo scopo è fare soldi, conviene di più andare a fare il commesso al fast food, dove si guadagna in modo più costante, con maggiore possibilità di imparare e di fare carriera. E, in tanti non mi crederanno, anche facendo meno fatica.

Quanto guadagna uno youtuber?

I media hanno disperato bisogno di titoli sensazionalistici da posizionare sui feed dei social o sugli aggregatori di notizie. Parlare di YouTube, ovvero di un mezzo che entra giornalmente nella vita di 42 milioni di italiani, funziona sempre per questo, proprio grazie alla speranza emulativa che genera.

Una delle strategie migliori per attrarre clic è pubblicare delle pseudo inchieste usando un dato presente negli Analytics: l’RPM. Con questo si fa un’equazione che semplifica tutto e si presta allo scopo di creare lo scoop. In un’epoca in cui la verità non conta più, il fatto che pubblicare notizie false sia sbagliato ed eticamente scorretto è secondario rispetto alla ricerca della notizia bomba e del conseguente scontro tra buoni e cattivi che ne deriva nell’arena social.

Mi scuserete se io cerco di fare le cose diversamente, basandomi sui dati. Come quelli qui sotto:

Guadagni e rpm di un Canale YouTube

Come detto in precedenza, l’RPM medio del mio canale è 2,10 euro. Il video più visto dell’anno 2024 è Rio de Janeiro 1977, con un RPM di 1,154 euro (207,42:179,633). Il video di New York 1970 ha un RPM di 4,753 euro (142,76:30,031), ovvero quattro volte maggiore.

Si tratta di filmati simili, appartenenti allo stesso canale. Figuriamoci la differenza tra un video di pochi secondi con una situazione esilarante ripresa per caso che probabilmente sarà senza pubblicità, vista la durata limitata, e il filmato di mezz’ora di un guru della finanza personale che consiglia come investire alle persone con un patrimonio di milioni di euro e che, non stento a crederlo, mostrerà inserzioni di piattaforme finanziarie di qualche tipo, il cui abbonamento è attivabile con un semplice clic direttamente nel video.

Queste differenze di valorizzazione sono dovute, anche nel mio canale YouTube, allo stesso, antipatico, principio che ho spiegato prima: chi guarda il video di New York, di solito americani e in particolar modo newyorkesi, vale di più di chi guarda il video di Rio de Janeiro: brasiliani, spesso abitanti della stessa città dove è ambientato il filmato, perché il loro reddito medio è più basso di quello dei newyorkesi e quindi lo è anche la predisposizione alla spesa e il valore delle pubblicità che gli vengono fatte vedere.

La targetizzazione di YouTube è influenzata dalla geolocalizzazione, dall’età e, questa è la novità che ha introdotto l’Internet 2.0 all’inizio del secolo sparigliando tutto rispetto ai media tradizionali, dai comportamenti della persona che vede l’inserzione, visto che le piattaforme web hanno trovato un sistema scientifico per riconoscerli e associarli ai prodotti che verosimilmente potrebbe acquistare.

Il vero guadagno che si ottiene su YouTube non è con la pubblicità

Fatta questa doverosa premessa che cerca di mettere ordine sulle bufale che girano sui compensi che YouTube paga a chi pubblica contenuti vi spiego perché io pubblico ancora i miei video lì. E perché nel farlo ci guadagno molto più dei 4/5 mila euro l’anno che mi paga lo stesso YouTube.

Non parlo di me perché pretendo che le persone siano interessate alla mia esperienza personale. Lo faccio perché è l’unico modo che ho per citare dati concreti, visto che le pagine che trattano questi stessi argomenti il più delle volte sono basate su congetture o prendono per buoni dati diffusi che non si ha modo di verificare.

YouTube permette di guadagnare perché, se usato nel modo giusto, è la miglior benzina per il business online, molto più dei social media. Per dimostrare quello che dico parto da informazioni reali:

Numero di visualizzazioni dei video più visti su un Canale YouTube

YouTube e l’RPM

In questo screenshot sono rappresentati i guadagni del mio canale nel 2024 (4.267,30 euro), il numero di volte che i video sono stati visti (2 milioni) e l’RPM, medio ovvero i guadagni per 1000 visualizzazioni (2,10 euro) di tutti i contenuti che ho pubblicato.

L’RPM serve ai pennivendoli del web, e spesso anche i giornalisti istituzionali della prestigiosissima carta stampata, per fare sensazionalismo al prezzo di diffondere cifre sbagliate.

La strategia è semplice. Si prende un RPM reso pubblico da uno YouTuber, che proprio perché viene diffuso per vanto è superiore alla media, e lo si applica a un video che non ha nulla a che fare con lo YouTuber in questione. Meglio se il filmato è talmente sciocco da poter essere prodotto da un qualsiasi smartphone.

Il risultato è un guadagno indecentemente alto, che fa discutere: la benzina che accende il fuoco della viralità, sfruttando il fatto che, in un mondo in cui Facebook, Instagram e TikTok hanno assuefatto le masse allo scroll cronico, per molti vedere i titoli già basta per commentare e contribuire alla diffusione della notizia. Titoli che potrebbero assomigliare a qualcosa come:

Con un video di 20 secondi di un gatto su YouTube si può guadagnare un milione e mezzo di euro.

Poco importa se i dati sui quali si è basato il ragionamento sono singolarmente veri ma sbagliati se combinati insieme. Quello che conta è che se ne parli e il dibattito contribuisca alla gloria di chi ha scritto il pezzo. E chissenefrega se il livello di nervosismo del mondo aumenta sistemizzando questi metodi.

Quello che non si dice in questi casi è che l’RPM di YouTube varia di ordini di grandezza da un video all’altro. I video di intrattenimento (animali divertenti, reazioni assurde, incidenti stradali), soprattutto quando durano pochi secondi, hanno RPM bassissimi. I video di finanza personale e investimenti immobiliari hanno RPM infinitamente maggiori.

Quindi un articolista poco serio prende, per esempio, l’RPM dichiarato da Graham Stephan, uno YouTuber americano che ha un canale sulla finanza personale e gli investimenti, ovvero 30 dollari, lo applica a un video di gattini che ha 50 milioni di visualizzazioni e pubblica la notizia che quel video di gattini di 10 secondi girato per caso con lo smartphone ha incassato 1.500.000 di dollari. Quando di fatto non ne ha probabilmente incassati nemmeno 500, zero dei quali vanno al suo creatore se questo non ha la partnership YouTube.

Attenzione infatti a un altro fatto spesso omesso. YouTube paga solo quei creatori che soddisfano determinate caratteristiche spiegate in questa pagina, ovvero un certo numero di iscritti, un certo numero di ore visualizzate dai suoi video, la pubblicazione costante di contenuti e via dicendo.

Superata questa bariera, bisogna poi considerare che l’RPM, anche all’interno dello stesso canale, può variare di ordini di grandezza. La differenza è dovuta al fatto che YouTube fa vedere pubblicità ultra-targettizzata agli utenti, conoscendo quest’ultimi ogni cosa ed essendo quindi in grado di proporgli sempre i prodotti giusti. Per essere così preciso, oltre a usare le informazioni personali inserite al momento dell’iscrizione, YouTube traccia ogni suo singolo utilizzatore, sapendo che filmati ha visto, in che punti della riproduzione si è fermato, che commenti ha inserito, che ricerche ha fatto, con quali inserzioni ha interagito. Combinando le singole abitudini con i dati degli altri 2,7 miliardi di utenti attivi mensilmente nel mondo, è in grado di mostrare la pubblicità personalizzata più efficace.

Il confronto tra YouTube e la televisione che spesso qualcuno fa è assurdo. La televisione intanto per definire gli spettatori con strumenti come l’auditel si basa su campioni statistici, non sul comportamento reale di ciascun utente.

In secondo luogo la televisione può sapere al massimo se lo spettatore ha guardato o meno un programma, non le singole interazioni dell’utente con la piattaforma.

In più, nello stesso video YouTube posiziona un’inserzione personalizzata a seconda di chi lo guarda, cosa che la televisione tradizionale non può fare. Lo fanno Netflix, Prime Video, Disney+ e gli altri OTT, utilizzando meno dati di quanti ne possa utilizzare. Ricordatevelo, quando sentite il classico paragone sciocco tra la televisione ed Internet.

Qualora, quindi, una persona con un reddito di più di un milione di euro l’anno stia cercando casa a Dubai, YouTube sa, quanto meno, che si tratta di qualcuno di molto facoltoso e che sta cercando un appartamento di lusso. Glielo dicono sia i suoi comportamenti nella piattaforma, sia i cookies del resto del web, ovvero quei codici nascosti nei siti che tracciano quello che gli utenti fanno. Tanto più se i cookies appartengono alla famiglia di YouTube, provenendo dal browser Chrome, da Google e da tutti i siti in qualche modo associati a quest’ultimo attraverso le sue modalità di tracciamento (praticamente il 99,9% del web, compresa la pagina da cui state leggendo).

Per questo motivo YouTube, come d’altronde Facebook/Instagram e TikTok, è in grado di mostrare annunci ricamati sulle abitudini di ognuno, per questo pagati dagli inserzionisti un sacco di soldi, visto l’alto ritorno economico che hanno.

La conseguenza è che i canali che trattano determinati temi in modo professionale hanno RPM molto alti, mentre i video di gattini pagano in termini pubblicitari qualcosa di molto vicino allo zero, perché la media delle persone che li guarda, è brutto da dire, ha poco valore inserzionistico.

Come guadagnare grazie al traffico

Messo un po’ d’ordine sui meccanismi della pubblicità, vi spiego la strategia che ho usato per sfruttare YouTube e fare business. Parto da questo screenshot:

Stipe report of earnings

Si tratta di un resoconto Stripe che mostra i guadagni di uno dei miei siti, footageforpro.com. Stripe è un servizio che permette a chi vende qualcosa online di accettare pagamenti con la carta di credito.

La cifra netta riportata è 11.433,05 euro (11.841 incassati – 407,95 euro di commissioni pagate alla piattaforma). Non è l’unico guadagno del sito, ma la parte incassata dalle vendite totalmente automatizzate, compresa la consegna, con un meccanismo che poi vi spiego.

Il mio prodotto è rappresentato da filmati storici che i documentaristi e le televisioni possono comprare e usare in licenza per loro produzioni.

Per arrivare a mettere in piedi un sistema capace di generare guadagni senza il mio intervento, mi sono serviti decenni di esperienza professionale nel campo della produzione video e studio costante del business online. Cose che non ho imparato a scuola, visto che l’ultimo mio contatto con i metodi educativi tradizionali risale agli anni ’90, quando in TV davano Beverly Hills 90210 e Internet era solo il passatempo di qualche sporadico compagno di classe che una volta alla settimana sfruttava la connessione nell’ufficio del padre.

A completamento del quadro dei guadagni del sito (ma non di quanto generato dai progetti che dipendono dal pubblico del mio canale YouTube), vanno sommati gli incassi derivanti dal vendere gli stessi prodotti (i video storici) in un modo che, purtroppo, richiede il mio intervento. Una cifra superiore agli 11 mila euro incassati in automatico, alla quale non rinuncio visto che, per i miei standard, lo sforzo che richiede per essere ottenuta vale quei soldi. 

Anche se mi piacerebbe tanto che non fosse così, infatti, molti compratori, prima di effettuare l’acquisto, sentono tutt’oggi il bisogno di scrivere un’email, leggere la risposta, decidere che il progetto è affidabile e, una volta compreso che non ci sono fregature, pagare. Magari preferendo che sia io a mandare il link di scarico del video acquistato, anche se gli automatismi che ho messo in piedi permettono di fare la stessa cosa in autonomia e in pochi secondi.

Sono i retaggi del vecchio mondo che, si stenta a crederlo se non lo si vive giornalmente, spesso influenzano anche i quadri direzionali dei grandi colossi televisivi internazionali, come i principali Canali televisivi americani o le grandi piattaforme OTT. Io, che sono nato negli anni ’70, non sono laureato e abito in un Comune di 10.000 abitanti, spesso faccio le cose con una mentalità più al passo coi tempi degli archive producer newyorkesi o californiani, magari usciti dalle Università dell’Ivy League. Questi ultimi, nei fatti, stentano a credere che al giorno d’oggi per acquistare un filmato non basti andare su un sito e usare la carta di credito. Si trovano quasi più a loro agio con il metodo di 30 anni fa, quando per gli uffici giravano i rappresentanti con valigioni pieni di videocassette da lasciare insieme al biglietto da visita.

Il sistema che ho messo in piedi sta in piedi grazie a YouTube, la benzina che fa funzionare la macchina. Le due milioni di visualizzazioni all’anno, sapientemente convogliate, generano il traffico senza il quale io non incasserei nulla, né in automatico né con il mio intervento.

Traffico a pagamento e gratis

Faccio un passo indietro per approfondire un passaggio che ai non addetti ai lavori forse non è chiaro.

Ci sono sostanzialmente due modi per portare le persone a comprare qualcosa online. Il primo è la pubblicità. Più del 90% del mercato di questa è diviso tra Alphabet (Google, YouTube), Meta (Facebook, Instragram) e, staccati, Amazon e TikTok. Un po’ come nei centri commerciali oramai aprono solo insegene di grandi catene, e le imprese a conduzione familiare sono sempre più rare. Il WWF le definirebbe CR, il penultimo stato prima dell’estinzione. E’ impossibile al giorno d’oggi aprire un sito e pensare di guadagnare con la pubblicità raccolta direttamente, anche se si raggiungono milioni di visitatori ogni mese. Bisogna affidarsi a Google e pagargli la percentuale.

Un aspetto fondamentale, e spesso non abbastanza considerato, è che la pubblicità online dà risultati instantanei ed è misurabile, a differenza di quella offline. Se si pianifica di fare uno di quei fastidiosi spot in TV che interrompono i programmi, i risultati si vedono dopo mesi e non sono misurabili con precisione in termini di vendite generate.

Se invece si investe su un post sponsorizzato nel feed di Facebook o su un annuncio sovrimpresso in un video YouTube, si può portare traffico a un sito nel giro di un minuto e si può misurare con precisione quanto il costo della campagna ha generato in termini di vendite.

Lascio a voi stabilire quale dei due sistemi sia più efficace. La pubblicità offline esiste ancora sia perché esiste da più anni e non è così facile cambiare abitudini. Sia perché può aveve ancora efficacia per le multinazionali. Queste hanno bisogno di sostenere il nome del proprio marchio, per fare in modo che quando qualcuno va al bar e voglia qualcosa da bere ordini una Coca Cola, o che quando il gruppo di amici sta decidendo dove andare a mangiare la sera dica da McDonald’s. Ma se, con un progetto personale o di poche persone, si vuole lanciare un prodotto, pagare spot televisivi e inserzioni sulla carta stampata signfica buttare i propri soldi per non essersi accorti che il mondo non è più quello di trent’anni fa.

Per questa differenza di efficacia, la pubblicità su Internet oggi ha un costo molto più alto che in passato, specie per i prodotti completamente digitali come il mio, che sono vendibili e consegnabili automaticamente. Sempre che alla base del meccanismo, appunto, ci sia una fonte di traffico. Infatti, il web, pur essendo governato da regole specifiche nate pochi anni fa, è soggetto anche ad alcune delle antiche leggi del commercio, come quella della domanda e l’offerta. Essendo il sogno di tutti creare un prodotto digitale (un libro, un corso online, una fotografia, un video), convogliare traffico alla sua pagina di vendita attraverso pubblicità che in tempo reale so esattamente quanto mi costa, e vedere, sempre in tempo reale, che cifra genera quella pubblicità.

Più nel concreto ancora: io pubblico un libro su Amazon, cosa che si fa senza nessuna selezione all’ingrezzo e anche in un solo giorno. Spendo 100 euro di pubblicità Facebook per promuoverlo. In tempo reale posso capire, per esempio, che quei 100 euro hanno generato incassi per 120 euro.

Attenzione, il meccanismo non finisce qui:

Perché spendere solo 100 euro, se ogni 100 euro che spendo ne guadagno 20?

Posso provare a spenderne 500, e vedere se i ricavi e, di conseguenza, i guadagni aumentano in proporzione. E così via, teoricamente senza limiti al rialzo.

Sottolineo un dettaglio non ininfluente. Il pagamento della pubblicità Facebook è dilazionato in un tempo inferiore a quello con cui Amazon paga i creatori di libri. In questo presupposto si può aumentare il budget delle inserzioni, sperando che il punto in cui i ricavi superano le spese sia il più alto possibile. Quella cifra può anche essere di migliaia di euro. Dopo aver pubblicato il libro, quindi la sola fatica dell’autore è starsene in poltrona ad aumentare il budget pubblicitario, sperando di farlo quanto basta per diventare ricco.

Il problema è che lo scopo dell’intera Umanità è fare soldi e, quindi, in tanti hanno compreso il giochino. La domanda di inserzioni Facebook è diventata talmente alta che negli anni il loro costo è aumentato quanto basta per renderle poco convenienti se si vende qualcosa di livello più basso di strardonario. A meno che il libro non sia in grado di generare vendite ben oltre la media, il meccanismo non conviene, perché bisogna lasciare troppi soldi a Facebook per la campagna, e anche ad Amazon per il servizio.

Con prodotti digitali venduti su un proprio media, come faccio io, le percentuali di successo si alzano, ma nulla è comunque garantito. Io, per esempio, a footageforpro.com non ho mai fatto pubblicità, perché conosco bene il settore e so che per il prodotto che vendo la pubblicità non funziona.

Anche se mi piacerebbe vivere nel 2010 con le conoscenze che ho acquisito oggi, mi spiace constatare che ci vogliono condizioni complesse perché un business così strutturato generi guadagni. Queste non danno comunque la certezza a priori di successo e, soprattutto, non si possono iniziare a spiegare seriamente in qualcosa di più breve di un libro, quindi non le approfondisco qui.

Il traffico organico

L’altro mezzo per trovare clienti online è il traffico organico, ovvero quello generato, apparentemente gratis, dai motori di ricerca come Google e YouTube, dai social media o dall’IA, quando cita le fonti, anche se da quest’ultima fonte il traffico è, in proporzione, molto minore.

Il traffico organico non richiede pagamenti alle piattaforme, ma necessita di lavoro ed esperienza per funzionare, come in qualsiasi professione. Per questo non lo si può considerare gratuito, anche se non si paga un inserzionista per ottenerlo.

In un’epoca dove le immagini hanno definitivamente preso il posto delle parole, con la maggior parte dei prodotti in vendita YouTube è più efficace di Google in termini di conversioni. Convertire significa trasformare i visitatori in clienti.

Trovare qualcuno a cui riuscire a vendere qualcosa è la chiave nel business online. L’errore che fanno gli improvvisati che prendono Internet come un gioco nel quale l’unico strumento per vincere è la fortuna è non capire che quando si mette in piedi un progetto online si è potenzialmente raggiungibili dai miliardi di persone connesse. Quelle persone valgono tanti soldi e fanno gola a tutti.

Nel web, gli avversari non sono, come nel commercio tradizionale, il secondo panettiere del piccolo Comune o i cento altri negozi che vendono vestiti in una grande città. Sono, se si ha un prodotto interamente digitale, i milioni di cittadini del mondo che si possono permettere le poche decine di euro all’anno che costa un sito Internet.

Se invece si ha un prodotto fisico, i numeri cambiano a causa della consegna con metodi tradizionali che pone delle limitazioni al di fuori dello Stato in cui si vive.

In una situazione di concorrenza così agguerrita è fondamentale capire che, se si pubblica un sito, non si ha il vantaggio strutturale di chi ha il bar nella via principale del Paese. Se non si fa qualcosa per portare visitatori, il sito non lo vede nessuno. Fanno ridere quelli che, influenzati da chissà quale articolo che ha certificato un nuovo successo commeciale indotto dal passaparola, provano a vendere il loro libro autopubblicato sperando che un post Facebook innesti la viralità sfruttando i 200 amici che hanno in lista, perché la benevolenza dell’algoritmo messo in piedi da Zuckerberg e dal suo consiglio di amministrazione è tutt’altro che elevata per chi non paga la pubblicità.

Fanno tenerezza quelli che riciclano la casa lasciata dalla defunta nonna in un bed and breakfast da affittare senza Airbnb, per evitare le commissioni, sperando magari che i 50 euro spesi in Google Ads senza la minima conoscenza dei meccanismi che governano la pubblicità sul web facciano il miracolo.

So bene che in un mondo plasmato da influencer e algoritmi studiati per togliere alle persone la capacità di ragionare tutto faccia credere che non serva più fare fatica per ottenere qualcosa, ma la domanda che i seguaci di questa nuova religione non si fanno mai è:

Se fosse così semplice guadagnare, perché c’è così tanta gente che si alza alle 6 di mattina per fare un lavoro che non sopporta?

L’arroganza di ritenersi più furbi degli altri uccide le persone. Soprattutto quando non lo si è.

Io non ho messo in piedi niente di così straordinario da permettermi di andare a vivere in una villa con piscina e fare vacanze a sette stelle da esibire online per sopperire alle mie insicurezze. Ho, molto meno poeticamente, passato notti insonni a mettere in piedi un sito che, automaticamente, vende per me. Ci sono riuscito sacrificando tanti dei miei sogni adolescenziali e studiando anche nei momenti in cui, se non l’avessi fatto, avrei avuto più di una giustificazione per riposarmi, guardarmi una serie TV o uscire con gli amici.

Questa è la sola, dura realtà alla quale le persone normali possono puntare. Anche se è una delusione riconoscerlo.

La teoria degli spin off

Trovare il metodo giusto per lanciare un business online è difficile. Per riuscirci si è destinati a passare attraverso fallimenti, rassegnazione e notti insonni. Gestire queste difficoltà è fondamentale per avere successo, perché tutti sono bravi a immaginarsi a bordo piscina con il cocktail in mano mentre controllano i bonifici che arrivano, ma per essere un imprenditore di successo servono caratteristiche che non si misurano con l’invidia sociale generata dalle foto che una persona pubblica su Instagram.

Nella vita reale, se si prende un rischio, arriva sempre il momento in cui il conto in banca si avvicina allo zero, le persone fidate cominciano a dirti che hai fatto una stupidaggine e, anche se il giorno prima hai lavorato dall’alba a notte fonda, la casella di posta elettronica rimane vuota di buone notizie. Gestire una situazione del genere non è per tutti. Questo non significa essere tenaci a oltranza. La resilienza misura anche la capacità di calcolare quando è il momento di mollare per passare a un altro progetto, per quanto quella rinuncia butti nella spazzatura mesi di lavoro e i risparmi di una vita.

Da piccoli abbiamo tutti il diritto di immaginarci al posto di Yannick Sinner che alza il trofeo di Wimbledon. Da adulti però, abbiamo il dovere di riconoscere che per arrivare lì bisogna allenarsi giornalmente fin da bambini, senza nessuna garanzia di diventare campione, buttando quindi quell’impegno che rende la propria infanzia e adolescenza diversa da quella dei coetanei.

È facile parlare standosene in poltrona a giudicare gli altri. Fare quelli che la prossima settimana iniziano a fare esercizi e poi spostare cronicamente in avanti quella scadenza, o si fermano dopo lo sforzo che un ottantenne allenato sopporterebbe tranquillamente, trovando una scusa o un capro espriatorio da incolpare per non aver mantenuto la promessa.

Fare gli imprenditori online prevede la stessa logica dello sportivo professionista, che è arrivato lì battendo milioni di concorrenti.

Tanti, finita la scuola, non vedono l’ora di fare colloqui di lavoro ed essere assunti da altri, delegando gran parte della propria vita professionale in cambio di uno stipendio che, proprio perché è più garantito, non può andare oltre una certa soglia. Chi, invece, decide di mettere in piedi un progetto nel quale tutte le decisioni sono in capo a lui fa quello che nel poker si chiama All In. Se gli va bene, dieci anni dopo si può essere in un resort alle Maldive per sei mesi l’anno. Se gli va male può essere costretto a tornare ad abitare con i genitori, vivendo nella nostalgia del passato e nel rimpianto delle decisioni sbagliate, obbligato a inventare una scusa quando gli amici di una vita lo invitano per una pizza per non vergognarsi di essere senza soldi.

Se, con queste pesanti premesse, si fanno però le scelte giuste e, di fronte ai soldi che iniziano ad arrivare, si capisce che il progetto che si è messo in piedi funziona e, magari, grazie all’automazione lo fa senza lavoro supplementare, non c’è motivo per non provare a replicarlo. Perché la fatica che serve per ottenere il secondo successo è minore e le possibilità di fallimento sono più basse, con in più il vantaggio di sfruttare i guadagni che cominciano ad arrivare per avere più tempo a disposizione.

Come ci sono riuscito

La mia storia di imprenditore online si può ricapitolare in poche parole: rischi, fallimenti e, solo alla fine, un piccolo successo.

Sono sempre stato un appassionato di video. Nel 1995, a diciott’anni, nell’estate prima della quinta superiore sono andato a lavorare in fabbrica per riuscire a comprarmi la prima telecamera. Ero l’unico della mia scuola che ne aveva una tutta sua. Volevo diventare un regista professionista e non mi spaventava l’idea di dover dedicare tutti i miei sforzi per raggiungere quell’obiettivo.

Nei successivi 10 anni ci ho provato in tutti i modi, ma non ci sono riuscito. Se le colpe di quell’insuccesso sono da imputare a un ambiente poco meritocratico o alla mia incapacità, da persona concreta, non me lo sono mai spiegato. Anche perché è impossibile stabilirlo e, al di là questo, non serve a nulla farlo.

In quello stesso periodo, alla metà degli anni 2000, si è iniziata a diffondere su Internet la vendita di stock footage, ovvero spezzoni di filmati lunghi qualche secondo che, mediante alcuni siti, ognuno poteva produrre e vendere a televisioni, pubblicitari, o a chiunque per qualsiasi motivo voleva usarli. 

C’erano tutte le premesse perché potessi ottenere buoni risultati, non ultima il fatto di aver scoperto prima degli altri cosa stava succedendo. Quindi mi ci sono buttato subito, portando a casa incassi soddisfacenti nella misura in cui mi accontentavo di ottenere qualcosa di molto lontano da quanto mi serviva per cambiare vita.

All’epoca, non capendone molto dei meccanismi con cui funzionava Internet, fui costretto a delegare ai siti il lavoro di promozione e vendita dei miei video, perdendoci dei soldi, ma guadagnandoci tempo che usavo per dedicarmi alla produzione.

Per un appassionato di ripresa era talmente bello trovarsi in situazione tipo: giro per Parigi un paio di giorni e con la sola ripresa della Torre Eiffel mi ripago la vacanza, che migliaia di autori hanno cominciato a vendere i loro video online. Presto l’offerta di stock footage, in particolar modo quello legato al viaggio, si è saturata ed è diventato sempre più difficile guadagnare, perché se nel 2006 di filmati della Torre Eiffel ce n’erano in vendita 50, nel 2010 sono diventati 5.000 e i compratori sono aumentati in una proporzione molto più bassa.

La differenziazione

Constatandolo con molto più concretezza di quelli che hanno fatto di non vederlo per adattare la realtà delle cose ai loro desideri, ho cominciato a studiare il business online che, a volte, è basato su dei principi basilari del business offline.

Ho imparato che, in un ambiente regolato da una concorrenza così dura, serve differenziazione per avere successo. Uno dei modi per ottenerla è trovare una nicchia di prodotto dopo aver analizzato il mercato per capire dove c’è un rapporto favorevole tra domanda e offerta. Sono quindi passato dal produrre stock footage dei luoghi turistici allo stock footage storico. Ovvero: da un prodotto facile e piacevole da creare a uno con un’asticella di produzione più alta, perché necessita di attrezzature costose per essere generato, e un mercato con maggiori spazi, essendo in un’epoca in cui i documentari che usavano filmati d’archivio stavano crescendo.

Per comprenderlo mi sono basato sull’esperienza che avevo maturato nell’ambito dello stock footage, dell’industria dell’audiovisivo e sulla mia crescente conoscenza del business online, derivata dall’ascolto di decine di audiolibri che, nella mia vita, avevano preso il posto della radio e della musica.

Rimaneva comunque dei problemi da risolvere per aumentare i guadagni quanto mi serviva per non dover cambiare lavoro. Il primo era che chi comprava i miei video non era un mio cliente, ma un cliente dell’agenzia che li vendeva per me. Se un domani quello stesso acquirente avesse voluto altri filmati, come era statisticamente assodato che sarebbe successo, l’agenzia non avrebbe avuto nessun interesse a proporgli solo quelli miei, come sarebbe invece successo se avesse acquistato direttamente da me.

Mi stava bene continuare ad avere la vetrina di Shutterstock, Pond5 e Adobe Stock, dai quali tutt’oggi ricevo una rendita dai contenuti che ho lì pubblicati, perché non tutti i clienti dei miei video in quei siti sono trasformabili in clienti diretti. Ma per sopravvivere dovevo lanciare un progetto parallelo di vendita in autonomia. Per farlo, la grossa difficoltà non era creare il sito, ma generare una quantità di traffico sufficiente a permettermi di ottenere clienti. Sapevo che YouTube era di gran lunga il mezzo migliore per riuscire.

Consapevole che il mio prodotto poteva interessare a molti compratori, ho iniziato mettendo in piedi un canale di filmati storici e, grazie alla costanza nella pubblicazione e alla sempre maggiore qualità nella cura del prodotto, ho ottenuto un buon successo. A quel punto non mi sono accontento della rendita passiva derivante dalla divisione dei proventi pubblicitari di YouTube.

Mi scuserete se vado veloce e ometto che tra un paragrafo e l’altro ci sono anni di lavoro a colpi di 80 ore a settimana e soldi che, nonostante questo, inizialmente non arrivavano mai. Ho messo in piedi il sito progettandolo con un sistema automatico per vendere. Ho fatto eseguire la parte di costruzione delle pagine da freelance low cost trovato su Fiverr. 

In sostanza succede questo:

  1. Milioni di persone ogni anno vedono i miei filmati su YouTube.
  2. Qualche centinaio ogni mese trova un link in descrizione che porta al sito con la promessa di poter comprare quello stesso video per usarlo in altre produzioni.
  3. Arrivano nella pagina di vendita dove c’è un tasto che permette di pagare.
  4. Dopo averlo fatto, parte in automatico lo scarico del file.

Questo sistema, nell’anno più recente, mi ha fatto incassare 11 mila euro. Solo considerando la parte generata al 100% in automatico.

Altri guadagni che preferisco non dichiarare in questa sede derivano dalle vendite per le quali è servito il mio intervento. Nulla di troppo invasivo, perché mi sono limitato a rispondere alle email rimanendo nel mio ufficio ricavato in casa e ho impiegato altro tempo per ampliare la collezione di video in vendita e metterli online in modo tale che vendano, sempre in automatico, da qui all’eternità.

Tutto ciò mi ha dato soddisfazione per i risultati già ottenuti e, ancor più, per quelli potenzialmente ottenibili in futuro.

A quel punto, quindi, perché dovevo fermarmi o fare qualcosa di completamente diverso?

Avevo un prodotto per il quale la gente spendeva i suoi soldi. Avevo imparato come fare a venderlo. Niente di meglio che continuare in quella direzione variando qualcosa che mi avrebbe permesso di intercettare nuove categorie di clienti.

Lo stesso prodotto, ma a un altro pubblico

Il primo spin off che ho lanciato era basato sull’idea di proporre lo stesso prodotto, ma a un pubblico diverso. Non più quindi rivolgendomi ai produttori cinematografici e televisivi disposti a pagare 597 euro (in passato 197 e poi 397, e in futuro 997) per usare un mio video storico. Ma a persone non impiegate nel settore audiovisivo che hanno piacere di vedere gli stessi filmati di YouTube, ma senza pubblicità. Per farlo, mi bastava trasferire su un nuovo sito i video e i testi già in possesso, delegando il lavoro a un freelance.

Il tempo da me impiegato direttamente in quel lavoro imponeva di rendere a prova di errore il lavoro del freelance scrivendo delle procedure chiare. Ovvero un paio d’ore al massimo, vista l’esperienza che già avevo in materia. Poi è venuta la parte quasi divertente, ovvero quella di ideare due modalità di pagamento che, dopo qualche ricerca e ragionamento, ho stabilito essere 27 euro al mese o 147 euro l’anno.

Dal punto di vista dei costi vivi, le cifre sono rimaste molto vicine allo zero, potendo sfruttare il software che già pagavo per il progetto originario:

  • Abbonamento Vimeo con cui riprodurre i video nel sito.
  • Hosting.
  • Abbonamento all’uso del template WordPress per disegnare le pagine.

L’unica spesa ricorrente è stata il dominio, myoldfilm.com.

Faccio una premessa dedicata a chi ha poca esperienza in materia. Per mettere online un sito c’è bisogno dell’hosting e del dominio.

L’hosting è quel computer dove è ospitato fisicamente il sito. Può anche essere installato in uno spazio di vostra proprietà, come la casa dove vivete. Se fate così però, la controindicazione è che, anche con una connessione Internet casalinga molto performante, se il traffico del vostro sito aumenta a qualche decina di utenti contemporaneamente, questo diventa lento prima e irraggiungibile poi.

La soluzione è quindi pagare un servizio di hosting. Ne esistono un’infinità. Io uso Siteground che con qualche centinaio di euro l’anno mi dà un hosting che non ha mai problemi di velocità e che posso dividere su più domini.

Il dominio è invece il nome univoco che identifica il sito, quello che si scrive sulla barra del browser, come www.danielecarrer.it. Costa relativamente poco, 25 euro l’anno o meno, e va rinnovato di anno in anno. Altrimenti la proprietà decade e può essere comprata da chiunque.

A questi, come detto, va aggiunto il compenso una tantum del freelance trovato su Fiverr per fare il lavoro di data entry: poche centinaia di euro per i migliaia di video che avevo online al momento della pubblicazione.

E il lavoro ricorrente di un altro freelance per aggiungere i contenuti nuovi dopo che li ho pubblicati su YouTube, in sequenza con quanto già faceva per footageforpro.com.

Il mio tempo per le aggiunte di contenuti che, vi prego, se fate qualcosa di analogo non dovete mai evitare di calcolare, si limita al creare una seconda versione del nuovo video rispetto a quella con il watermark per YouTube e a quella senza musica da consegnare ai clienti di footageforpro.com.

Una piccola nota, ma fondamentale. Ho indicato Vimeo come player da utilizzare nel sito. Pagare quest’ultimo è fondamentale per evitare di usare il player di YouTube, che è gratuito ma riproduce i video con la pubblicità. Sono esilaranti i siti aziendali con quest’ultimo che riproduce video con all’inizio o in sovripressione le inserzioni dei concorrenti. A testimonianza di quanto Internet, per molti, sia ancora solo poco più di un giochino sul quale non vale la pena investire.

Il risultato finale del mio primo spin off, sinceramente, è stato sotto le attese, per quanto rimanga in positivo considerate le spese striminzite, mio lavoro escluso. Nel concreto ho incassato solo 148 euro nell’ultimo anno.

Ne è valsa la pena comunque, non tanto per la cifra, ma per il fatto che i due progetti si sostengono a vicenda. Nel web non bisogna mai avere paura dei fallimenti, perché le opportunità sono talmente tante che il livello della delusione non deve mai essere lo stesso che si ha quando a un colloquio di lavoro scelgono un altro candidato.

Se non riuscite ad entrare in questa mentalità, leggete. I migliori imprenditori di questo mondo scrivono libri dove condividono i motivi per cui hanno avuto successo. Attenzione a prendere comunque tutto con spirito critico. Tra i motti più celebri del business online in tema di lancio di progetti ci sono “Fake it until you make it”, “Launch now, fix later”, “Start before you’re ready”, “Fail fast, learn faster”.

Non dovete prendere queste facili semplificazioni come oro colato, per quanto a mio avviso quasi tutti quelli citati ci azzecchino. L’unico su cui ho delle forti remore è l’ultimo che, tradotto in italiano, significa più o meno “Fallisci in fretta per imparare rapidamente”, perché, specie per chi è agli inizi, può essere una giustificazione alla mancanza di impegno, alla distrazione cronica perché tanto dopo c’è sempre qualcosa di più interessante, con lo stesso principio dello scroll infinito del feed dei social media.

Mettete in piedi il vostro progetto dedicandogli mesi anima e corpo, e solo dopo averlo fatto decidete se vale la pena continuare, consci che il tempo che avete impiegato non è mai buttato, se vi ha permesso di imparare qualcosa di nuovo. Già da 15 anni per me il business è solo sul web. Non c’è nessuna persona sana di mente che possa dire che fra 10 anni i lavori, dal panettiere all’artigiano, passando attraverso l’avvocato e il commercialista, non saranno governati dalla tecnologia. Non prendete questa realtà sottogamba, sia che abbiate 15 anni e i vostri professori siano talmente preparati da pensare che Internet sia Facebook, sia che ne abbiate 70 e viviate nella scusa di essere troppo vecchi per cambiare.

Cambiare formato al prodotto

Se il primo spin off non ha avuto il successo economico che speravo, con il secondo è andata meglio. Soprattutto pensando a un futuro in cui allineo rendite passive che mi permettono di creare cose nuove, o di riposare, mentre i soldi continuano ad arrivare automaticamente (per ora con i filmati storici lo faccio tramite i guadagni dei microstock, la partnership YouTube, le vendite di footagefopro.com, gli abbonamenti di myoldfilm.com e con il secondo spin off di cui vi parlo qui di seguito).

Su thearchivefootage.com concedo l’utilizzo dei miei film storici in una forma diversa rispetto a footageforpro.com, distinguendoli per la durata. Sono passato dai minuti, venduti a 597 euro, ai secondi (da 4 ai 30), venduti a 79 euro al tempo del lancio e a 97 euro “a regime”.

Ho usato lo stesso modello di business delle agenzie di microstock, come Pond5, Shutterstock e Adobe Stock, differenziandomi però per il fatto di non vendere ogni genere di filmato, ma solo gli storici. Cosa che da sola non sarebbe bastata ad ottenere successo, perché il segreto di un progetto web che funziona è, anche in questo caso, avere traffico costante che, grazie a un sito opportunamente strutturato, riesco a convertire in clienti.

Questo è il risultato economico delle vendite completamente automatizzate nell’ultimo anno solare:

Bilancio dei guadagni annuali generati da un sito e pagati tramite Stripe

Noterete un’anomalia: sono stati pagati 6.467,97 euro, pur avendo un netto guadagnato più basso, 6.220,01 euro. La differenza è dovuta a un rimborso chiesto da un cliente e che, nonostante la mia opposizione, la carta di credito dello stesso cliente ha deciso di concedere, senza possibilità di appello da parte mia. Per legittima ripicca, non ho sborsato immediatamente i soldi mancanti, ma ho aspettato i mesi successivi, quando mi sono stati trattenuti dai nuovi guadagni.

Si possono anche mettere in piedi dei sistemi progettandoli perché siano automatici al 100%, ma alla fine si deve sempre rispondere alle mail di chi chiede cose già presenti sul sito o, peggio ancora, avere a che fare con chi cerca di fregarti. Questo non deve però mai essere una scusa per mollare tutto, perché per il business online vale sempre la pena.

Se non ci credete, vi invito ad affittare uno dei tanti negozi abbandonati da anni che campeggiano per le città. Fatelo, per esempio, credendo a una certa narrazione bucolica che va tanto di moda, per aprire una di quelle poetiche botteghete che pullulavano quando ero bambino io e che già molto tempo fa sono state messe fuori mercato dai centri commerciali, molto prima che dal commercio online. Magari gettate i risparmi di una vita o la liquidazione dei vostri genitori, traendo godimento dalle settimane che precedono l’apertura, quelle piene di ispirazione passate a progettare gli interni e a pianificare l’inaugurazione con il gruppo musicale di quel vostro conoscente chitarrista che vi farà fare un figurone con chi si mette in fila per mangiare gratis.

Mi farete poi sapere quante lunghe ore vissute nell’attesa che entri qualcuno in negozio vi servano per capire che avete fatto una stupidaggine, e se quel sentimento di realizzazione durato fino alla prima settimana di apertura vale le migliaia di euro che avete speso.

Se ritenete invece di appartenere alla parte più tecnologica della società, potreste aprire quel genere di Attività che, sulla carta, può dare un senso agli studi che avete intrapreso. Se poi i progressi dell’IA vi mettono fuori mercato ancora prima di partire, vorrà dire che darete la colpa dell’insuccesso non alla vostra ignoranza e superficialità, o al fatto che dopo 15 minuti al massimo di lavoro siete già sul vostro feed social a controllare cosa succede, ma alle multinazionali, al Governo, o alle persone che non capiscono niente perché, naturalmente, i geni incompresi siete sempre voi.

Nel comportarvi così sarete senz’altro in buona compagnia, ma non so se questa sia una consolazione quando ci si accorge che il conto in banca balla pericolosamente verso lo zero.

 

La scalabilità

Esiste poi un terzo mio spin off, meno interessante da un punto di vista business ma comunque valido. Si tratta infatti di un servizio che ha in comune con gli altri il fatto di ricevere traffico dal mio Canale YouTube, ma con l’enorme differenza di non poter essere automatizzato. Portarlo avanti mi occupa quindi molto più tempo e, cosa ancor peggiore, per finalizzare le vendite necessita di un trasporto fisico, limitando in questo modo la platea dei miei potenziali clienti. È, quindi, un business poco scalabile, e vi spiego cosa intendo.

La scalabilità misura la capacità di un progetto di crescere. In footageforpro.com, se da un giorno all’altro avessi un’impennata delle vendite e anziché generare in automatico 11 mila euro l’anno ne generassi un milione, quasi centuplicando il fatturato, per riuscire a sostenere la struttura di vendita mi basterebbe comprare un hosting più performante. Tempo necessario per farlo 5 minuti, spesa totale sotto i 1000 euro.

In un’impresa tradizionale, come un ristorante, una fabbrica del settore metalmeccanico o una fioreria, per raddoppiare i ricavi (non per centuplicarli) bisogna raddoppiare anche i costi di affitto dei locali, ammortamento delle attrezzature e personale. Difficilmente si può avere in cassa quando serve per farlo. Bisogna quindi passare per le banche e dilatare i tempi, con il rischio che il Direttore della filiare quel giorno abbia una brutta giornata e decide che non potete farlo. Per questo motivo il livello di scalabilità è basso.

Un discorso a metà tra i due scenari è lanciare, per esempio, anziché un singolo ristorante una catena che, per i meccanismi del business, è molto più scalabile e permette tutt’oggi a persone di talento e senza capitali propri, lavorando duro, di vendere dopo qualche anno il marchio e il sistema di vendita guadagnando milioni di euro. Non vi consiglio però di partire da quell’obiettivo perché, se non siete del settore e non avete un master in economia e finanza, è un po’ come trovarvi nella condizione fisica di avere il fiatone dopo una corsetta di 100 metri e puntare a vincere la maratona alle prossime Olimpiadi. Il secondo giorno di allenamenti simulate un malessere o inventate una teoria della cospirazione per non presentarvi.

Porsi obiettivi troppo alti porta scientificamente alla delusione di scoprire di non essere in grado. Vi pone in una condizione del tutto simile a quella di chi incolpa l’Italia della loro vita di insuccessi. Solo perché hanno sentito dire in giro che qui tutto fa schifo a priori. Poco conta se poi, in Italia puoi aprire una partita IVA gratis e in un giorno, c’è una delle imposizioni fiscali più basse al mondo grazie al regime forfettario che paga il 5% di tasse per i primi 5 anni, un mercato che ha molti più spazi che altrove perché c’è meno concorrenza e settori come l’abbigliamento, il turismo e l’agroalimentare che danno in partenza un vantaggio ai produttori Italiani. Tutte realtà incontestabili ma ininfluenti nei giudizi si chi cerca solo una scusa per stare comodo nella sua inettitudine, intento a trovare i difetti anche in uno scenario così idilliaco. Del genere:

ma il fatturato massimo con la partita IVA forfettaria è solo 85.000 euro.

Non fidatevi mai di chi, nel giro di un secondo, passa dal mangiare a casa della mamma, perché lavoricchiando non può permettersi di fare la spesa, alla certezza di avere in tasca l’idea e le capacità di realizzare l’unicorno da vendere a un miliardo. 

Volete fidarvi di loro?

Il terzo spin off

Il business fisico del mio terzo spin off, pur non essendo completamente digitale, ha poche delle caratteristiche negative del negozio su strada. Non richiede costi d’affitto, visto che si svolge in uno studio ricavato in casa che non ha richiesto nuovi spazi rispetto a quelli di cui già avevo bisogno per gli altri progetti. Non c’è il contatto con il pubblico, che è inefficiente perché ha dei costi di conversione sfavorevoli rispetto a quello di un sito Internet fatto bene.

Si può, lanciare, letteralmente, in pochi minuti, anche se, per evitare di pagare la pubblicità e lavorare di traffico organico servono mesi per creare contenuti funzionali al progetto. Oltre al gancio del link nella descrizione del video YouTube, serve infatti far atterrare chi lo clicca in una pagina dove si dimostra professionalità attraverso la divulgazione di principi funzionali alla fornitura di un prodotto conveniente pur con un costo medio-alto.

Il motivo per il quale ho pensato che valeva la pena mettere in piedi questo spin off era:

Ho impiegato anni per imparare a restaurare i film e ho speso soldi in attrezzature che mi permettono di fornire una qualità migliore dei miei potenziali concorrenti. Perché non posso vendere un servizio dove uso lo stesso sistema per i film degli altri?

Ecco quindi thetelecinema.com. Il lancio e il canale YouTube dal quale proviene il traffico non sono di per sé sufficienti per ottenere clienti. Ci vuole anche un sito che converta.

Le pagine devono essere strutturate per spiegare che la qualità del mio servizio, pur non essendo economico, ha un migliore rapporto qualità prezzo della concorrenza. Per instaurare nei visitatori un’idea del genere non bisogna creare la corrispondente web di una televendita. La divulgazione converte più della vendita diretta e le pagine, grazie all’ottimizzazione per i motori di ricerca, ricevono traffico non solo da YouTube ma anche da Google che, in un business del genere, funziona bene per generare vendite.

Ditelo a quelli che fanno il sito da soli per risparmiare, senza brigarsi di come strutturarlo per vendere. E ditelo anche a quelli che ingaggiano qualcuno che fa un lavoro eccellente dal punto di vista grafico, ma in cui i contenuti si limitano a poco più delle 300 parole della pagina Chi Siamo, spiegando l’attività aziendale con slogan del genere “leader di mercato”, “passione per il cliente”, “team di professionisti esperti”, “servizio a 360°”, facendo finta di non accorgersi che un sito così non genera un solo cliente.

Thetelecinema.com e il suo gemello in italiano, iltelecinema.it (che non compare nelle descrizioni dei video storici, ma sfrutta solo i motori di ricerca per ottenere clienti), oggi fatturano decine di migliaia di euro l’anno. Per quanto all’inizio, da inesperto, io abbia fatto un sacco di errori nel concepirli, come compensare la mancanza di traffico con prezzi competitivi

Superata la fase dell’inesperienza, oggi il tempo che impiego a portare avanti quel servizio è valorizzato a cifre orarie ben diverse da quelle che mi davano nel negozio in cui lavoravo da giovane, e che mi darebbero oggi se sciaguratamente fossi rimasto lì, comodo, ma infelice e irrealizzato.

La mia esperienza sul web è partita nel modo più facile, ovvero concentrandomi sul prodotto e lasciando agli altri la parte di vendita, come avveniva quando vendevo i miei video unicamente nei microstock. Poi ho cominciato a studiare, acquisendo le competenze che mi servono per portare avanti in prima persona la parte di vendita. Oggi ho un lavoro che mi permette di vivere molto meglio di quello a cui potrei ambire se facessi il dipendente per qualche impresa tradizionale.

Quando un domani il mio settore verrà ridimensionato dalla tecnologia, avrò comunque le competenze per reinventarmi in qualcos’altro, nonché il coraggio di sbagliare, avendo imparato da tempo che c’è sempre un progetto nuovo da lanciare per chi ha voglia di guardare oltre il proprio naso. Uno scenario del genere ti dà serenità e continua voglia di migliorarti. Cominciare un percorso del genere all’inizio mette alla prova la tua resistenza, ma ti tiene lontano dal branco sempre più numeroso di scappati di casa al quale i social media vogliono legarti per succhiare anche quei pochi soldi che una vita rancorosa ti consente di avere in tasca.

Altri modi per guadagnare con Youtube

I principi che ho spiegato sono applicabili a qualsiasi business. Il settore nel quale io mi muovo e che ho usato come esempio in questa pagina, il microstock, è troppo maturo per consentire l’ingresso di nuovi player che guadagnino soldi importanti. Non è tutto finito come dicono in molti da una ventina d’anni. Quello che potete ancora fare è portare a casa incassi da secondo lavoro usando siti come Shutterstock o Adobe Stock.

In futuro i guadagni diminuiranno ulteriormente, sia perché dalla piena concorrenza tra agenzie si è andati sempre più verso un oligopolio, dove le stesse agenzie dettano le regole con fare dittatoriale e concedono agli autori percentuali sempre più basse. Sia perché al giorno d’oggi sono milioni i fotografi e videomaker che provano a vendere contenuti, ed emergere dagli algoritmi che li ordinano è difficile, anche se non è ancora impossibile, se si ha voglia di studiare un metodo.

In più c’è l’incognita tecnologica, con l’IA che già da tempo è in grado di generare filmati credibili a una frazione del prezzo, quindi non c’è motivo che non venga preferita da una parte dei clienti.

Il microstock è un settore emblematico di quello che sta succedendo dappertutto:

  1. Lo strapotere di chi possiede la piattaforma.
  2. La concorrenza estrema che si genera quando è facile fare qualcosa.
  3. L’IA che si mangia i guadagni delle persone comuni.

Gli spazi per vendere prodotti e servizi online sono però ancora sufficientemente interessanti da rendere conveniente il tanto studio che serve per mettere in piedi qualcosa.

Lo dico nel presupposto che spero abbiate capito che non sono il guru che vede in Internet la soluzione ai mali del mondo. Il futuro è tutt’altro che roseo in uno scenario in cui oramai solo le grandi catene sono oggi in grado di aprire nuovi negozi fisici nelle città o nei centri commerciali. La sparizione delle Attività commerciali di famiglia, se non viene governata dalla politica, è il preludio per creare una società di schiavi e diseguaglianze croniche che renderanno il mondo un posto meno accogliente.

Anche online è, in parte, già accaduto lo stesso. In un modo subdolo, con servizi all’inizio molto convenienti e che, una volta spazzata via la concorrenza e creata abitudine nei clienti, sono diventati fastidiosamente cari e inefficienti. È la storia dei siti generalisti di commercio, uno in particolare al quale non vi auguro di dover chiedere la riparazione in garanzia.

La stessa dinamica di altri business in settori diversi dove, con il supporto dei capitali dei fondi di investimento, hanno prima ottenuto l’egemonia e poi imposto le loro decisioni per monetizzare a scapito di tutti, in un mondo in cui le leggi della concorrenza sono state superate da altri meccanismi e non sono più garanzia di beneficio alle persone comuni. A cominciare da quello che succede nella cloaca di contenuti sponsorizzati che sono diventati i social media.

Proprio i mezzi che le persone intelligenti avevano trionfalmente previsto che sarebbero diventati la nuova democrazia. Anni dopo si può constatare che sono diventati il mezzo più efficace della storia per creare un esercito di lobotomizzati intento a scorrere il feed del telefono come un tossicodipendente che cerca l’eroina al parco. Instaurando in chi li usa la convinzione di conoscere il mondo perché ha letto i titoli dei post che gli vengono proposti, senza accorgersi di quanto quel sistema gli abbia invece atrofizzato il cervello. Figuriamoci cosa succederà mano a mano che se ne andranno le generazioni che hanno conosciuto il mondo prima del web 2.0.

Internet per il business non è uno scenario privo di complicazioni e YouTube il mezzo miracoloso che permetterà ad ogni artigiano di Provincia di vendere i suoi prodotti agli Americani, o all’agricoltore che fa l’olio extra vergine di oliva da 5 generazioni di convertire il suo fienile in un bed and breakfast, perché i clienti lo scoprono online e vogliono andare a incontrarlo di persona.

Ciò non toglie che qualsiasi persona esperta di qualcosa può usare Internet e YouTube per trovare un pubblico a quello che fa e guadagnare. Almeno se ha voglia di imparare considerando la rete come uno strumento di lavoro, anziché come il media grazie al quale perde le notti a vedere le foto delle vacanze di amici che non vede da anni e che se incontra per strada nemmeno saluta.

Non importa se volete diventare venditori di orologi di lusso, fotografi che vendono libri con il self publishing, guide turistiche che accompagnano i turisti per la vostra città o dietologi che anziché ricevere in studio le persone che abitano nel raggio di trenta chilometri da voi, le incontrate online allargando la vostra platea di clienti all’Italia intera. L’opportunità esiste e bisogna lavorare duro per coglierla.

L’ho spiegato in questa pagina e, se volete approfondire ulteriormente, ci sto scrivendo un libro.

Daniele Carrer

Il libro è ancora in fase di scrittura.

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